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Il 2 luglio 2022 resta inciso nella memoria ecclesiale e civile della Calabria come una delle pagine più intense della storia recente della Chiesa locale. In quella sera d’estate, davanti al sagrato della Concattedrale di Santa Maria Maggiore, nella piazza pubblica di Santa Severina, il borgo natio che custodisce secoli di spiritualità e di storia bizantina, monsignor Serafino Parisi ricevette la consacrazione episcopale. Non fu soltanto una celebrazione liturgica. Fu un ritorno alle sorgenti, una consegna simbolica di una vita alla Chiesa e al popolo di Dio, dentro lo scenario austero e luminoso di uno dei luoghi più evocativi del Mezzogiorno italiano. Le pietre antiche della Concattedrale, le mura del castello, il silenzio carico di memoria del borgo sembravano raccogliere il respiro di generazioni intere attorno a quel momento. La scelta della piazza e del sagrato non possedeva soltanto un valore logistico, ma una profonda forza teologica e pastorale. Il sagrato, nella tradizione cristiana, è luogo di passaggio: uno spazio aperto tra la Chiesa e il mondo, tra il sacro e la vita quotidiana. Celebrarvi una consacrazione episcopale significava ricordare che il ministero del vescovo non appartiene alla separatezza, ma all’incontro. Come Cristo che percorreva le strade della Galilea e insegnava nelle piazze, così anche il pastore è chiamato a stare in mezzo al suo popolo. Risuonavano quasi, in quella celebrazione, le parole del Vangelo di Giovanni: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Non un’autorità vissuta come privilegio, ma come dono e responsabilità. La biografia di monsignor Serafino Parisi racconta precisamente questa sintesi tra radicamento umano, profondità culturale e sensibilità pastorale. Nato a Santa Severina, terra di antiche tradizioni cristiane e crocevia di culture, egli ha maturato nel tempo una formazione teologica e filosofica solida, accompagnata da una particolare attenzione alle inquietudini dell’uomo contemporaneo. Il suo percorso sacerdotale è stato caratterizzato dall’impegno nello studio, nell’insegnamento e nella riflessione culturale, ma sempre intrecciato con la concretezza della vita ecclesiale. In lui, la teologia non appare mai astratta speculazione, bensì tentativo di illuminare l’esperienza umana alla luce del Vangelo. Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi del suo ministero episcopale a Lamezia Terme. Fin dall’inizio del suo servizio pastorale, monsignor Parisi ha mostrato attenzione per le ferite sociali, educative e spirituali del territorio, insistendo sulla necessità di una Chiesa vicina alle persone, capace di ascolto e di dialogo. Nel suo magistero ricorrono spesso temi legati alla dignità umana, alla speranza, alla responsabilità educativa e alla costruzione del bene comune. Una prospettiva che richiama la visione evangelica del pastore come custode della comunità e non semplice amministratore di strutture. Le sue parole e il suo stile hanno cercato di restituire centralità alla relazione, alla fraternità e alla prossimità, in una società segnata spesso da frammentazione e solitudine. Vi è, in questa impostazione pastorale, anche una profonda dimensione filosofica. In un tempo dominato dalla velocità, dall’individualismo e dalla crisi dei legami, il ministero episcopale di monsignor Parisi sembra richiamare continuamente il valore dell’umano come incontro e responsabilità reciproca. La figura del vescovo, nella tradizione cristiana, non coincide infatti con il potere, ma con il servizio. Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, afferma: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). È una logica capovolta rispetto ai criteri mondani: l’autorità autentica nasce dalla capacità di prendersi cura. Anche il rito della consacrazione episcopale celebrato a Santa Severina rendeva visibile questa verità attraverso il linguaggio potente dei simboli. L’imposizione delle mani, l’unzione del capo con il sacro crisma, la consegna dell’Evangeliario e dell’anello episcopale raccontavano una missione che supera la dimensione individuale. Il vescovo viene configurato a Cristo pastore e inviato a custodire il popolo affidatogli. Particolarmente suggestiva apparve la consegna del Libro dei Vangeli. In quel gesto si condensava il significato più autentico dell’episcopato: il vescovo è anzitutto uomo della Parola. Come scrive san Paolo a Timoteo: «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno» (2Tm 4,2). Non vi è autentica guida ecclesiale senza ascolto del Vangelo e senza capacità di tradurlo nella storia concreta degli uomini. E la storia concreta era tutta presente quella sera nella piazza di Santa Severina. C’erano gli anziani che avevano conosciuto la fatica e l’emigrazione, i giovani in cerca di futuro, le famiglie, i sacerdoti, le autorità civili, il popolo semplice. Vi era una comunità intera che riconosceva in quel figlio della propria terra non soltanto un traguardo personale, ma una speranza condivisa. La consacrazione episcopale assunse così anche il tono di una narrazione collettiva. Un bambino cresciuto tra le vie antiche del borgo tornava da vescovo davanti alla sua gente, quasi a testimoniare che le radici non sono un vincolo che imprigiona, ma una sorgente da cui partire per servire il mondo. Gli anniversari aiutano a custodire il senso profondo degli eventi. E oggi, ripensando al 2 luglio 2022, emerge con chiarezza il valore spirituale e umano di quella celebrazione. Non soltanto un rito ecclesiastico, ma un momento in cui fede, storia, cultura e comunità si sono intrecciate in modo armonioso. Nel ministero di monsignor Serafino Parisi a Lamezia Terme continua a riflettersi quella sera di Santa Severina: il desiderio di una Chiesa che non viva distante dalle inquietudini del tempo, ma sappia abitare le periferie esistenziali con il linguaggio della misericordia, della cultura e della speranza. Forse è proprio questo il significato più autentico dell’episcopato: essere, secondo l’immagine evangelica, sentinella e pastore, uomo della memoria e del futuro, custode della fede e compagno di viaggio dell’umanità.
Rita A. Cardamone
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