Schegge di ultimità e le feste mariane in Calabria.

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Di Vito Teti*

“I venditori di frutta arrivavano con enormi angurie e le cassette di zibibbo colore oro di Pizzo che esibivano e vendevano nelle strade e nelle piazze del paese. Era agosto e stava arrivando la festa della Madonna di Mater Domini. Poi arrivavano i fichi e cominciava la quindicina della Madonna e le donne e pochi uomini andavano a piedi a carovane dal paese fino alla chiesetta tra gli ulivi dove c’era il quadro settecentesco della Madonna.


Nell’aria volavano le parole del canto struggente e nostalgico in onore di Maria e le preghiere e le invocazioni alla Madre di Dio accompagnavano noi bambini in quelle giornate di caldo che non finivano mai. Negli anni della giovinezza la frequentazione della festa era legata soprattutto alle lunghe visite nelle baracche precarie e provvisorie con la “frasca” dove si mangiava la trippa o lo spezzatino di carne. Le nostre veglie allegre e scanzonate e le nostre infinite bevute nella notte della vigilia erano il contributo che le nuove generazioni davano alle preghiere e a canti che donne e uomini facevano durante la veglia. Una sera eravamo così sbronzi da trovarci a dormire sui i prati, all’aperto e sotto gli ulivi giganteschi che ci giravano attorno e ci guardavano come giganti buoni e comprensivi.


La statua della Madonna di Mater Domini era portata in processione grazie a un “incanto” che era un momento di grande teatro. In diversi punti del tragitto tra gli ulivi veniva messo all’asta il diritto di portare la statua Madonna. Nicolino, il figlio di zio Antonio, tornava ogni anno da Roma, dove vive con la famiglia, felice nel trasformarsi in abile condottiero di quel rito che dopo lunghe schermaglie, trattative, offerte dava il diritto di portare le quattro aste della vara che reggeva la statua. Erano soprattutto gli emigrati le persone più facoltose a fare per voto o per grazia ricevuta le offerte che concludevano un rito che durava a volte delle ore.

Prima dell’ingresso in chiesa la statua veniva fermata sotto gli ulivi e la banda e i fedeli intonavano la litania eseguita tre volte con tonalità e ritmi diversi. Lo sguardo di Maria abbracciava e proteggeva l’abitato di Capistrano, poi quello di Filogaso e, da ultimo, quello di San Nicola da Crissa. I tre paesi condividevano il territorio del bosco Fellà ed erano legati da scambi, frequentazioni, fiere, economie, culti, matrimoni. In quel luogo di convergenze e di contatti nel X secolo è segnalata in qualche documento la chiesetta di Mater Domini in prossimità del Fellà e vicino ad altri luoghi di culto basiliani di cui esistono resti archeologici, ma anche i toponimi e leggende e memorie orali ad attestare la presenza di eremi in quei luoghi dove la gente costruiva nuovi abitati lontano dal mare per sfuggire ai Saraceni che devastavano le coste e gli insediamenti in prossimità delle marine.


Le persone del passato avevano un senso sacro dello spazio in cui abitavano, vivevano, producevano. Dopo tanti anni sono tornato per assistere con pazienza e attenzione, con sguardo vicino e lontano, un rito che mi lega alla generazione dei padri e alla mia ed ho visto che tante cose sono finite per sempre, e non sono nemmeno narrabili, altre sono mutate e altre ancora sono rimaste. E altro è inventato con un richiamo a una tradizione che in realtà produce nuove forme si socialità e di sacro.


Mobilità e mutamenti. Continuità e rotture. Spaesamenti e appaesamenti. Ho incontrato tanti volti di amici orami somiglianti ai padri e poi tanti giovani che somigliavano a noi giovani di una volta. Ho rivisto persone che non incontravo da anni. Non trovo altre parole: è stato molto bello. La nipote di una sarta, di cui racconta ancora mia madre, è partita dal paese per Buenos Aires ed è tornata dopo 64 anni. Un signore parla il dialetto, racconta la partenza di suo padre per Toronto nel 1952, nell’anno in cui partiva anche mio padre.


Ha quarant’anni, è nato a Toronto, da due anni ritorna con la moglie anche lei figlia di paesani emigrati. Cerco di orientarmi tra volti, nomi, ricordi, soprannomi, appartenenze, somiglianze. Ho una sorta di vertigine e la sensazione di una dilatazione dello spazio e del tempo e mi sento quasi alla guida di una macchina nel passato e nel futuro e nei luoghi mai visti e familiari e in quelli abituali che mi appaiono strani e che fatico a riconoscere. Anche se i luoghi sono ormai frantumati e frammentati, desacralizzati, ho sentito da qualche parte dentro di me che c’è la ricerca di una nuova sacralità che riporta alla festa, alla Madonna, alla terra, al bosco e agli ulivi, ai legami diretti e veri, che cellulari e smartphone non riescono a cancellare del tutto.


Mi sono commosso nel sentire la litania e nell’osservare lo sguardo compreso e inquieto dei portantini e quello pacificato e pietoso di Maria. Ho rivisto la nonna e i nonni, mio padre, ho pensato a mia madre: sono passati davanti a me centinaia di volti di amici e conoscenti che non ci sono più. Ho fotografato la luna e i falò artificiali, le mille luci del paese e dei paesi, gli ulivi illuminati a giorno, le caldaie con lo spezzatino e la trippa, la gente che si ritrova, alla fine della processione, per mangiare e condividere.


C’è un gran via vai che vede come protagonisti donne e uomini che, per iniziativa della parrocchia, rinunciano al ferragosto e cucinano e servono le pietanze in una pianura a fianco alla chiesetta. Ho mangiato sotto gli ulivi la trippa e le patate. L’anguria rossa che è arrivata alla fine del pasto non aveva il sapore di quella dell’infanzia e l’uva zibibbo è scomparsa perché nessuno la coltiva più.


A volte penso che questi luoghi che si spopolano sono destinati a morire, altre volte mi pare che i paesi continuino a mandare segnali di vita, bisogno di presenza, che questi riti liquidati come arcaici sanno affermare più di tante sagre, “passarelle”, celebrazioni, festival dispendiosi e inutili. Qualcuno dovrebbe fermarsi, cercare le molliche per terra, ritrovare la strada e camminare in una direzione diversa da quella finora imboccata e che non porta da nessuna parte”

  • Antropologo Unical e saggista

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