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Ci sono notizie che fanno rumore senza bisogno di clamore. La chiusura del Museo della Lirica “Amedeo Fumana” di Santa Severina è una di queste. Non perché venga meno soltanto uno spazio espositivo, ma perché si interrompe un percorso culturale costruito negli anni con passione, sacrificio e una visione ben precisa: fare della cultura un’opportunità di crescita per un territorio ricco di storia.
Il Museo della Lirica “Amedeo Fumana” non è stato un semplice contenitore di cimeli. È stato un luogo vivo. Un punto d’incontro dove la musica, l’arte e la memoria hanno dialogato con il pubblico attraverso masterclass nazionali e internazionali, concerti solistici, esibizioni di ensemble e orchestra, incontri e iniziative che hanno contribuito ad arricchire il panorama culturale di Santa Severina.
L’allestimento ha valorizzato artisti locali, nazionali e internazionali, diventando anche il cuore del Festival della Lirica, manifestazione che per anni ha portato nel magnifico scenario del Castello interpreti e musicisti di prestigio.
Non era un progetto qualsiasi. Rappresentava un tassello importante nel percorso che vedeva Santa Severina tra i “Borghi dei Musei”, offrendo ai visitatori un’esperienza unica dedicata alla grande tradizione dell’opera italiana. Un patrimonio che oggi assume un valore ancora più significativo alla luce del riconoscimento dell’arte del canto lirico italiano quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO.
Dietro tutto questo c’è una storia familiare.
Quella di Amedeo Fumana, collezionista appassionato che nel corso della sua vita ha raccolto con pazienza documenti, fotografie, costumi, spartiti, oggetti di scena e testimonianze capaci di raccontare gli anni d’oro della lirica italiana. Una collezione costruita con amore, diventata patrimonio condiviso grazie alla volontà della figlia, Paola, che ha scelto di metterla a disposizione della comunità.
Ma un museo non vive di sole emozioni. Ha bisogno di essere promosso, raccontato, curato ogni giorno. Ha bisogno di personale formato, di manutenzione, di strumenti che accompagnino il visitatore nella scoperta delle opere, di una progettazione culturale continua e lungimirante.
Quando queste condizioni vengono meno, anche le iniziative più nobili finiscono per perdere slancio.
La convenzione che regolava il comodato d’uso del materiale espositivo è scaduta e non è stata rinnovata. Una situazione che ha portato Paola Fumana a chiedere la restituzione dell’intera collezione.
Una decisione sofferta ma inevitabile.
«Riporto a casa il mio papà», dice con poche parole che racchiudono il senso più profondo di questa scelta. Perché quelle fotografie, quei documenti, quei costumi non sono soltanto oggetti: rappresentano una vita dedicata alla lirica e meritano di essere custoditi e valorizzati.
In questa vicenda, tuttavia, non prevale la polemica.
Prevale il desiderio di dire grazie.
Grazie al dottor Bruno Cortese, che ha creduto fin dall’inizio in questo progetto e ha lavorato perché il museo diventasse parte integrante dell’offerta culturale di Santa Severina.
Grazie a chi, ogni giorno, ha avuto cura dell’allestimento. A chi ha organizzato eventi, a chi ha donato opere pittoriche e pezzi di antiquariato, a chi ha raccontato il museo attraverso fotografie e video, agli artisti che hanno scelto quegli spazi per esprimere la propria arte e ai tanti volontari che hanno contribuito, spesso lontano dai riflettori.
E, soprattutto, grazie ai cittadini di Santa Severina.
«Sono entrati nella mia vita come una comunità e ne escono come una famiglia. Porterò sempre ciascuno di loro nel cuore.»
Le istituzioni passano, le convenzioni scadono, gli edifici possono anche chiudere. Ciò che resta è il valore delle idee e delle persone che le hanno rese possibili.
La cultura non è fatta soltanto di mura. Vive nella capacità di una comunità di custodire la propria memoria e di trasmetterla alle nuove generazioni.
Con la chiusura del Museo della Lirica “Amedeo Fumana” si conclude un capitolo importante della storia culturale di Santa Severina. L’auspicio è che non rappresenti la fine di un patrimonio, ma soltanto l’inizio di una nuova stagione in cui quella preziosa eredità possa continuare a raccontare la grandezza della lirica italiana e il lavoro instancabile di chi ha dedicato una vita a conservarla.
Perché un museo può chiudere. La memoria, se davvero la si ama, trova sempre il modo di continuare a parlare.
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