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SAN GIOVANNI IN FIORE – Una celebrazione solenne, partecipata e densa di significati spirituali e culturali ha segnato l’ottavo centenario della traslazione di Gioacchino da Fiore, figura tra le più importanti del pensiero religioso medievale e simbolo identitario della Calabria.
L’evento, organizzato con cura dal rettore dell’Abbazia Florense, don Claudio Albanito, – venerdì 29 maggio 2026 – ha richiamato fedeli, studiosi e rappresentanti del clero in una giornata che ha unito devozione, memoria storica e riflessione teologica attorno alla figura dell’Abate florense.
Le celebrazioni hanno preso avvio nella Chiesa Madre di San Giovanni in Fiore, dove il postulatore della causa di beatificazione, don Enzo Gabrieli, ha illustrato il significato della memoria della traslazione delle reliquie di Gioacchino da Fiore, mentre il testo commemorativo è stato letto da don Rodolfo Bruschi. Successivamente, una partecipata processione liturgica ha accompagnato i fedeli verso l’Abbazia Florense, cuore della spiritualità gioachimita, dove l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Giovanni Checchinato, ha presieduto la Santa Messa concelebrata dai sacerdoti delle parrocchie cittadine e della diocesi.
Particolarmente apprezzata l’omelia dell’arcivescovo, che ha delineato il profilo spirituale e umano di Gioacchino da Fiore, definendolo un autentico vir catholicus, uomo di fede capace di interpretare il proprio tempo attraverso una profonda lettura delle Scritture e della storia.
Al termine della celebrazione, il presidente del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, Giuseppe Riccardo Succurro, ha consegnato una medaglia commemorativa realizzata per l’occasione, recante l’antica iscrizione latina “Hic Abbas Floris coelestis gratia roris”, incisa nei secoli sulla tomba dell’Abate. Un gesto simbolico che ha richiamato il legame tra la memoria storica e l’attualità del messaggio gioachimita. È seguito l’intervento di don Claudio Albanito, che ha sottolineato il valore ecclesiale e culturale dell’anniversario.
La ricorrenza ha offerto anche l’occasione per approfondire il tema del culto tributato nei secoli a Gioacchino da Fiore. Sebbene il titolo di “Beato” non sia mai stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa, la tradizione religiosa ne ha costantemente conservato la memoria. Lo stesso gesuita Daniel Papebroch, negli Acta Sanctorum, difese il culto reso alla sua tomba e alle sue reliquie, mentre il Dictionnaire de Théologie Catholique continua a definirlo “le bienheureux”, il beato.
Fino ai secoli scorsi, il 29 maggio era celebrata la sua festa liturgica nei monasteri florensi e cistercensi, dove i monaci recitavano antifone e orazioni che esaltavano la sua sapienza e il dono profetico. Particolarmente significativa l’antifona dei Vespri che lo descrive come “dotato di spirito profetico, decorato d’intelligenza e lontano da ogni errore di eresia”, parole che testimoniano la venerazione maturata nei confronti del grande teologo calabrese.
La figura di Gioacchino da Fiore continua a vivere anche nella tradizione letteraria. Celebre è infatti il richiamo che Dante Alighieri gli dedica nel XII canto del Paradiso, dove lo presenta come “il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato”, consacrandolo per sempre nella memoria culturale dell’Occidente.
La giornata celebrativa ha così rinnovato il legame tra San Giovanni in Fiore e il suo fondatore, ricordando come il pensiero dell’Abate continui ancora oggi a suscitare interesse tra studiosi, credenti e ricercatori di tutto il mondo. A ottocento anni dalla traslazione delle sue reliquie, Gioacchino da Fiore resta una delle voci più originali e influenti del Medioevo cristiano, capace di parlare al presente con il linguaggio della speranza, della profezia e della ricerca della verità.
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