Roccabernarda, i Minimi, padre Cadurio.

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Era il 1539 quando i frati Minimi, figuli spirituali di San Francesco da Paola, fondarono Nella cittadina del Marchesato crotonese un proprio convento. “L’antico convento posto sulla sommità  che domina Roccabernarda – ha scritto Anna Marzia Gentile ne “Il CalabrOne” n° 5 (dicembre 2008)  – il cui nucleo abitativo è  riconoscibile nella rupe monolitica che si erge lungo il corso del fiume Tacina, si trova oggi allo stato di rudere. E’ formato dalla chiesa a navata unica che si sviluppa in senso longitudinale, conclusa dal presbiterio a pianta quadrata sormontato da cupola emisferica e dagli ambienti conventuali, posti ad occidente della navata ed organizzati attorno ad un ampio chiostro porticato. L’insieme forma un vasto quadrilatero, dal cui perimetro un consistente avancorpo sull’angolo sud ovest e, all’opposto estremo nord occidentale, un corpo cilindrico turriforme. La coerenza e la regolarità dell’impianto generale e i caratteri linguistici dei superstiti apparati decorativi del presbiterio, evidenziano una raffinata cultura cinquecentesca e classicista”.                                                                                                                  

Anche se aspetta ancora la fine di un lavoro di restauro, il convento roccabernardese è uno dei luoghi più amati dalla popolazione che lo raggiunge in pellegrinaggio in occasione dei festeggiamenti in onore del Santo patrono.  Collegata alla storia dei Minimi a Roccabernarda, la figura in buona parte leggendaria di padre Giovanni Cadurio fra i primi seguaci di San Francesco da Paola ed addirittura fra quelli che attraversarono con l’Eremita paolano lo Stretto di Messina sul mantello. Al momento in cui Cadurio conobbe san Francesco era un giovane sacerdote che, come racconta padre Giuseppe Roberti, si era allontanato dalla castità richiesta ai consacrati e viveva con una compagna.                                                                                                                                   

“Un Giorno  – ha scritto Franco Filottete Rizza nello stesso numero della rivista – durante una visita a Spezzano di colei che aveva devastato il suo cuore con l’insano affetto, il giovane si trovò di passaggio per il convento dei frati Minimi. Il frate portinaio avvertito da san Francesco da Paola che, per disegno divino aveva conosciuto lo stato della sua coscienza, lo fece entrare rinchiudendolo, poi, in una cela. Dopo vari giorni che il  rinchiuso, tra grida e proteste, chiedeva di essere liberato, gli si presentò il Santo Calabrese. Questi, con tenera benevolenza, lo esortò ”fratello, uccidente per carità questo serpente velenoso che vi strazia il cuore”. Al cospetto del Servo di Dio, il giovane peccatore scoppiò in pianto e, postosi ai suoi piedi, chiese di indossare il saio dei Frati Minimi”.

 Alla conversione seguì un intenso legame con san Francesco da Paola che lo ebbe in Francia fra i compagni che lo accompagnarono presso la corte di Luigi XI. In un proprio articolo su “Siberene” (novembre 1916), rivista dell’arcidiocesi di Santa Severina, mons. Carmelo Pujia racconta una tradizione secondo cui il Taumaturgo paolano non avrebbe resuscitare il Monarca francese. Morto da alcun minuti Luigi XI, mentre con alti era al suo capezzale san Francesco  chiese a padre Cadurio di porre sul capo cadavere il proprio cappuccio, ma il frate si rifiutò. Probabilmente, san Francesco riconobbe nella disubbidienza del confratello la volontà di Dio di non risuscitare il Re e si astenne dal miracolarlo ma, per punizione, rimandò in Calabria  frate  Cadurio temendo forse per la sua vita.  

Francesco Rizza

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