PETILIA POLICASTRO ricostruita dalla sezione Anpi, la biografia del partigiano don Pietro Capocasa.

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Le Marche e la Calabria sono più vicine, grazie alla biografia di don Pietro Capocasa partigiano marchigiano e sacerdote nell’Arcidiocesi di Crotone e Santa Severina, ricostruita dalla sezione Anpi di Petilia Policastro che ha sentito la necessità recuperare più informazioni possibili sulla vita di Pietro Capocasa del partigiano sacerdote per abbozzarne una biografia, considerato delle cose sulla sua storia non c’era nulla di edito. Dall’anagrafe di Grottammare, dove era nato, risulta che il Sacerdote partigiano era figlio di Giacomo Capocasa e Chiara Virgulti e che era nato il 10 gennaio 1915. Terminati gli studi liceali, ci ha raccontato Rosalia, grazie all’aiuto del sacerdote don Giuseppe Chiesa si era trasferito ad Alba, iniziando a lavorare presso la tipografia della Comunità San Paolo. Fu proprio nelle Langhe piemontesi che Pietro decise di aderire alla Resistenza, salendo in montagna con la con brigata “Mauri” dell’alpino Enrico Martini e prendendo il nome di battaglia di Pasquale Ceci ed il soprannome di “Ombra”. “La vocazione al sacerdozio – ci ha raccontato Rosalia, maestra di scuola materna in pensione – “zio Prete” come affettuosamente lo chiamavo l’aveva avuta fin da ragazzo, ma si è accentuata durante la Resistenza. Nella formazione “Muti” era legato ad Antonietta, staffetta partigiana e nipote di don Chiesa, che finita l’esperienza partigiana si è fatta suora in una Comunità di Missionarie”. Altri ricordi che Rosalia ha voluto donarci relativamente all’esperienza partigiana di don Pietro il suo impegno per la liberazione di alcuni Ebrei e l’amicizia con un partigiano famoso: Sandro Pertini”. Entrato in seminario, Pietro Capocasa aveva completo gli studi ed era stato consacrato sacerdote il 4 maggio 1944. Il suo trasferimento nell’Arcidiocesi di Santa Severina, allora non aggregata alla Diocesi di Crotone, avvenne contestualmente dall’arrivo di mons. Giovanni Dadone che vi trovò una situazione problematica per lo scarso numero di sacerdoti e don Pietro Capocasa fu fra quelli che vi arrivarono e vi rimase più a lungo; fino alla fine degli anni Ottanta quando, anziano e malato rientrò a Grottammare presso alcuni parenti, morendovi il 30 luglio 2001. Nei pochi documenti relativi al suo impegno in Calabria, conservati nell’Archivio diocesano di Santa Severina, risulta che don Pietro era stato nominato canonico della Cattedrale il 14 novembre 1956. Contestualmente, aveva lavorato nell’Ufficio tecnico dell’Arcidiocesi ed aveva progettato, fra le altre cose, la trasformazione della chiesa di Santa Caterina, detta dell’Oratorio, nella sede della Pontificia Opera dell’Assistenza. Nel pressi dalla Cattedrale di Santa Severina, attualmente, gli stessi locali ospitano alcuni uffici comunali. Nel 1961, papa Giovanni XXIII l’aveva aveva nominato monsignore. “Zio Prete – aggiunge Rosalia – con una proverbiale bonomia ed una simpatia fuor dal comune, incarnava nella propria vita sacerdotale i valori del Concilio Vaticano II, prendendo delle posizioni avanzate rispetto al Clero del suo tempo. A Petilia, per esempio, a differenza di altri Sacerdoti non ebbe problemi a celebrare in chiesa il matrimonio religioso di un giovane Sindaco comunista, ma anche a brare a Crotone il funerale di una giovane studentessa universitaria che si era suicidata”. Nella canonica aperta ai giovani in tutte le ore, don Pietro realizzò una delle prime radio libere dell’Entroterra crotonese, ma anche uno dei primi gruppi di Boy Scauts, offrendo alle nuove generazioni la possibilità di nuove esperienze formative. Ecco perché, trascritta la storia del Sacerdote marchigiano, la sezione policastrese dell’Anpi si impegnerà nelle prossime settimane ad immaginare la realizzazione di un segno di concreta solidarietà.
Francesco Rizza,

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