Luigi Capozza: A Proposito della SoFome e della politica policastrese nel secondo dopoguerra

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Parlare a Petilia Policastro della So.Fo.Me. (Società Forestale Meridionale, o per il Mezzogiorno, come si preferisce scrivere oggi) non è cosa né semplice né facile, non trovi ancora quasi nessuno disposto a fare ormai un ragionamento storicamente sereno e non più ideologico. I giovani non sanno e non capiscono più ormai di che cosa esattamente si parli e sono orientati per lo più a lasciare il proprio paese per trovare fortuna in altri luoghi in Italia o in Europa e tra gli anziani, i politici e gli intellettuali di antica e nostalgica formazione o votati, appunto per ottenere voti e conquistare e mantenere il potere, a sfruttare il pensiero politicamente corretto, ancora oggi si tende a parlare di imprenditoria fascista, di indegno sfruttamento delle risorse silane e della manodopera, soprattutto delle donne.

Cose tutte storicamente inattendibili. Sostiene Ettore Gotti Tedeschi (giusto per fare un esempio, ognuno poi troverà il o i suoi autori di riferimento. Non ne mancano, e di ogni orientamento, che arrivano a sostenere però l’identico concetto, da Paolo Mieli a Marcello Veneziani, a Paolo Flores D’Arcais, a Diego Fusaro e Jonathan Friedman), presentando il suo libro Contro il Politicamente Corretto – la deriva della civiltà occidentale”, che«Il pensiero politicamente cor­retto si limita troppo spesso a disprezzare e dileggiare … e a portare una infinità di tesi politica­mente corrette a sostegno di una economia moralmen­te autonoma, di fatto nichilista, nei suoi valori fonda­ti esclusivamente sul supposto funzionamento di leggi economiche applicate secondo coscienza [la propria: faccio quel che voglio].

Cercherò di mettere in discussione questo pensiero politicamen­te corretto, partendo dal presupposto che ogni visione o convincimento morale produce determinati risulta­ti economici, così come ogni azione economica produ­ce conseguenze di carattere morale. Ma cercherò di di­mostrare che è bene conoscere proprio le cause morali di una crisi economica e non occuparsi solo delle sue conseguenze morali. Altrimenti si sbaglierà la diagnosi e conseguentemente la prognosi, peggiorando la situa­zione di crisi. Cercherò anche di spiegare che l’origine della miseria materiale, sociale, politica ecc. è sempre la miseria morale, perciò il volerlo ignorare, come fa il pensiero politicamente corretto, è pericoloso. […] il politica­mente corretto è, per definizione, una specie di “truf­fa” imposta dal potere dominante.[…]Oggi c’è confusione tra cosa è bene e male perché c’è un pensiero politicamente corretto molto potente, per­sino tollerato dall’autorità morale, che confonde cause ed effetti. Ciò giustifica il sospetto che il politicamente corretto celi un programma politico di un certo potere pericoloso» [finanziario e tecnologico teso a controllare perfino il pensiero e i movimenti di ciascuno, n.d.r.].

 È un “pensiero” che sta facendo smarrire soprattutto i giovani che non sanno più che pesci pigliare per conquistare un (improbabile) posto al sole se non quello di aderire al politicallycorrect e ad arrivare persino alle manifestazioni di piazza violente contro chi si oppone ad una tale “correttezza” (“oppio” lo definisce persino Paolo Flores D’Arcais, “pluralità delle censure e delle inquisizioni”, “logica di una società progressivamente ghettizzata”, in cui invale un “conformismo radicato”, una “identità coatta” spacciata per “differenza radicale”; una “protezione onerosa” il cui vessillo è il conformismo …” (rivista MicroMega, ottobre 2018). Chi, in effetti, aveva capito tutto, e fin dagli Anni ’60, è stato lo studioso e accademico polaccoZygmuntBauman, che col concetto di “Società liquida”, chiaramente poi descritto tra gli Anni ’90 e 2000 («La modernità è la convinzione “che il cambiamento è l’unica cosa permanente e chel’incertezza è l’unica certezza”»), aveva colto i termini della contemporaneità. Perfino Umberto Eco, noto “distruttore” di valori conservatori, dovette riconoscere, in un’intervista al Quotidiano nel 2017, che il concetto di ‘modernità o società liquida’, descrive con assoluta verità il fatto che“Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi.

 Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto… e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un latol’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo”. La modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e chel’incertezza è l’unica certezza”.

Ma la Storia, almeno quando è intesa come ricerca della verità, difficilmente si lascia imbrigliare dai vari tentativi, che, e non da ora, nel corso delle vicende umane si sono tentati per camuffarla, imbrigliarla, farla dimenticare, stravolgerla per piegarla agli interessi del momento, all’affermazione di sé e della propria parte per la conquista e conservare il potere. Vediamo.

La So.Fo.Me. come società di taglio e utilizzazione degli alberi silani trova le sue origini nel 1907 – quindi ben 15 anni prima dell’avvento del Fascismo e 17 anni prima dell’assassinio di Matteotti, le cui vicende trasformeranno il governo Mussolini, fino ad allora e subito dopo sempre alla ricerca di alleanze con altri partiti e gruppi parlamentari, in regime dittatoriale. Fu il Governo Giolitti III, a vendere una parte del Gariglione, fino a Differenze, alla Ditta austro-tedesca Rüping (alcuni scrivono Rueping) per il taglio del bosco.

E Giolitti era un politico liberale, appartenuto fino ad almeno il 1896 alla Sinistra storica, non certo un uomo dei Fasci; anzi, rimase all’opposizione del governo Mussolini. La prima guerra mondiale congela l’operazione del taglio e alla fine di quel conflitto, presidenti del Consiglio in quella fase Vittorio Emanuele Orlando del Partito Liberale e Francesco Saverio Nitti del Partito Radicale, punto di riferimento dell’Estrema Sinistra storica, la dittaviene liquidata con una forte somma di denaro e solo dopo un Bando pubblico, durato fra vari distinguo e sospensioni, il taglio se lo aggiudica nel 1925 la So.Fo.Me. – che però inizia ad operare compiutamente, dopo la realizzazione delle infrastrutture, tra il 1927/28 – ditta appartenente afamiglie altolocate del nord, il cui impegno boschivo era iniziato ben prima del Fascismo e ancor prima che il Fascismo divenisse dittatura, portando ricchezza nel Meridione, mentre nel resto d’Italia, per le nefaste conseguenze della prima guerra mondiale, imperversavano povertà, contraddizioni, lotte disperate per la sopravvivenza e disordini.

 Si capirà, a questo punto, che la So.Fo.Me. col fascismo c’entra come i cavoli a merenda. Eppure la giunta partigiana, guidata prima da Luigi Comberiati e poi dal Commissario prefettizio Tommaso Vallone sciolgono la convenzione con la Ditta, mandando sul lastrico migliaia di operai tra Petilia (con Pagliarelle e Foresta), Mesoraca, Cerva, Petronà, Sersale, Taverna, a voler considerare solo il nostro comprensorio, ma in effetti anche sino a Buonvicino (l’Associazione Skidros documenta che la stessa ditta Rueping ha svolto la propria attività di taglio dei boschi anche in questo comune), Crotone, Corigliano, Rossano, Verzino, Cotronei, Cropani e sino a Catanzaro e al corso inferiore dei fiumi Soleo e Savuto. Non si può tralasciare che il monte Gariglione appartiene alla provincia di Catanzaro, ossia a Taverna. «Nel 1924, ad opera di una ditta francese, la Petite, nacque a Catanzaro Lido una fabbrica, la Ledoga, per la produzione del tannino prodotto dal legname di castagno o di querce proveniente dall’altipiano silano. Ma anche in provincia di Cosenza, a San Vincenzo La Costa e Montalto, nei primi del Novecento, erano attive altre due fabbriche di tannino.

 E il tannino, era ed è indispensabile nella produzione farmaceutica, poiché ha un’azione astringente, antidiarroica, antinfiammatoria e antibatterica e trovano anche impiego in molti preparati ad uso cosmetico: nelle creme per il trattamento di problemi acneici e negli shampoo per ridurre la formazione di forfora» (Domenico Puntillo Fame Di Sud). Lascio allora alla riflessione dei lettori e degli uditori di quante imprese e posti di lavoro, di quanta ricchezza siano stati mandati al macero con la disdetta della convenzione con la So.Fo.Me., creando solo disperazione, povertà e biblica emigrazione in una fascia enorme del territorio calabrese.I dirigenti aziendali, Menarini e Franciosi, tentarono, sotto altro nome, di mante­nere in vita l’azienda, ma non ci fu nulla da fare, e così i due impresari furono costretti   ad   andarsene.

In verità, ed è la riflessione che ci ha lasciati sempre sorpresi, a noi sembra che mai i politici policastresi, liberali, radicali, fascisti, di Sinistra (PSI e PCdI) che fossero, si siano mai interessati davvero dello sviluppo e del lavoro della loro città e del comprensorio. Basti pensare, per esempio, al fatto che nessun partito, nessuna personalità politica, nessuna Amministrazione si è mai interessato a promuovere un’industria del mobile (tuttora inesistente in Calabria) o, chessò, a promuovere il turismo nella nostra Sila, i cui luoghi lasciano incantati ancora oggi chi, venendo da altre regioni, vi si recacasualmente, per averne in qualche modo sentito parlare. E stiamo parlando dell’Altopiano più vasto e importante d’Europa. Le cose non cambiarono di certo nel secondo dopoguerra, anzi, come abbiamo accennato sopra peggiorarono fino allo stremo. Eppure sarebbe bastato, vincendo gli egoismi di potere, studiare un po’ di storia e, costruendo il presente, proiettarsi nel futuro per far diventare il territorio policastrese un prezioso gioiello italiano ed europeo.

 «Già Dionigi di Alicarnasso era statofra i primi a farci sapere che la regione montuosa chiamata Sila era ricca di piante che vennero utilizzate per costruire case e navi; che gli alberi posti lontano dal mare e dai fiumi, tagliati in pezzi, furono utilizzati per la produzione di doghe, remi, pali, per costruire e costituire la flotta navale. Il legno della Sila venne utilizzato anche per costruire i solai della Basilica di San Pietro e Paolo in Roma e, come riportato dal Liber Pontificalis di Papa Sergio II (687-701), anche per la ricostruzione della Basilica romana di San Paolo fuori le Mura.Sempre con gli alberi della Sila si ricostruì la Basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura.Nel Settecento fu usato il legname della Sila anche per la costruzione della Reggia di Caserta.C’è da ricordare anche che il tetto della Basilica di San Giovanni in Laterano, distrutta dall’incendio del 5 e 6 maggio dell’anno 1308, fu ricostruito con travi provenienti dalla Calabria. Anche per i lavori di costruzione del duomo di Napoli si era attinto al patrimonio forestale della Calabria. Ancora dai boschi del CastrumMercurii (Orsomarso) del Giustizierato della Valle del Crati e Terra Giordana furono estratte le travi per il tetto della Basilica di Santa Chiara di Napoli(Domenico Puntillo Fame Di Sud;Maria Raffaella Caroselli, La reggia di Caserta: lavori, costo, effetti della costruzione. Milano, Giuffrè, 1968. Antonio Gianfrotta. Manoscritti di Luigi Vanvitelli nell’archivio della Reggia di Caserta 1752 – 1773. Pubblicazione degli Archivi di Stato. Fonti XXX. Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, 2000. Mario Gaglione. Lignamina necessaria de Calabria ferenda. Interventi angioini per la ricostruzione di San Giovanni in Laterano (1308). Archivio della Società Romana di Storia Patria).

Come si diceva, le cose peggiorarono nel secondo dopoguerra. Poniamo pure che si avesse ragione a smantellare la So.Fo.Me.: perché le Amministrazioni non hanno utilizzate le infrastrutture – la ferrovia decauville, cioè a scartamento ridotto, la teleferica – e i luoghi che queste attraversavano o costeggiavano o usavano per momentaneo deposito e pulitura dei tronchi? Perché non hanno riconvertito i magnifici immobili, a partire dallo splendido chalet in stile alpino costruito nel 1908 dalla società tedesca-austriaca Rueping sul Gariglione, e quindi poi utilizzato dalla So.Fo.Me., realizzato per ospitarvi le maestranze durante i tagli (e oggi neanche più “caserma della Forestale”), o la bella costruzione in legno, casa magazzino spaccio alimentare per gli operai e le famiglie,in località Giardino (un luogo incantato, che sembra, appunto, il Giardino delle fate) ? Niente: tra la fine degli anni ’40 e i primi anni degli anni ’50 ogni attività imprenditoriale e di valorizzazione del territorio venne negata e ogni iniziativa, come quella cooperativa, assolutamente necessaria tra i piccoli, e gli sparuti grandi, produttori di attività agricole e boschive, come l’utilizzazione del castagno, non fu presa neanche in considerazione.

 Furono persino lasciati smantellare spensieratamente, anzi plaudendo,i grandi e secolari vitigni dell’ “Arvino” (Ervino), dello Zibibbo e Malvasia nostrani, all’epoca del taglio dei vigneti promosso dalla Comunità europea per far vincere la concorrenza di mercato agli Stati centrali dell’Europa e ai cosiddetti grandi vitigni del centro-nord della Penisola. Troppo piccoli gli appezzamenti per resistere a quell’ “invito” europeo e … petilin-politico. Come documentava e riconosceva Fausto Chiesa sul Corriere della sera del 1 agosto 2018, «Non è la prima volta che Bruxelles dà incentivi all’estirpazione [tante Leggi, infatti, risalgono al 1999, articolo 8 del regolamento CEn. 1493/99, per esempio, altre al 2008, ecc., n.d.r.], ma è la prima volta che obbliga gli Stati membri a predisporre le misure.  […] La nuova riforma entra in vigore il 1° agosto.

E prevede generosi finanziamenti per chi vorrà estirpare: oltre un miliardo di euro di premi che Bruxelles ha complessivamente stanziato per eliminare 175 mila ettari di vigneti nel triennio 2009-2011. […] Le Regioni che hanno presentato l’elenco – fa sapere l’Agea – sono sei: Abruzzo, Campania, Lombardia, Sicilia, Provincia autonoma di Trento e la Calabria». Uno solo, a nostra memoria, ha tentato di resistere, accorpando qualche piccolo vigneto e procedendo all’imbottigliamento del vino per venderlo sul mercato; ma alla fine ha dovuto desistere per la totale assenza di promozione e incentivi da parte del Comune e della Provincia.

Non sarebbe il caso di riprovarci, promuovendo, accorpando e incentivando le poche vigne rimaste e reimpiantando il vitigno originario su altri terreni disponibili? Non ci soffermiamo. Chi, infatti, non conosce i luoghi attraversati dai Fiumi Tacina e Soleo, dagli scenari più belli d’Italia e i cui pianori che li circondano richiamano alla mente i paesaggi alpini (e sulle Alpi sì che li sanno valorizzare i loro luoghi!). Chi non conosce la località Principe e il suo circondario?I petilini magari neanche ci fanno più caso perché abituati ormai da decenni a tali luoghi e panorami e perché interessati piuttosto a trovar funghi; tuttavia, percorrendo fino in fondo la stradella che costeggia la Macchia i l’Arpa (posto dal fascino prodigioso), non si può non restare sbalorditi di fronte alle vallate incontaminate e ricche di sorgenti fluviali.

Eppure … Chi non ricorda che una volta un politico del comprensorio petilino rivelò che a una Società che avrebbe voluto costruire un importante villaggio turistico, compresa una sciovia tra Principe e Differenze, fu risposto dagli amministratori dell’epoca che la località non era a disposizione dei ricchi sfruttatori? Lo sfruttamento del legname però continuò “privatamente”, consegnando (proprio così,consegnando, letteralmente, e pressoché senza controlli) il taglio degli alberi a privati del comprensorio. I quali poi vendevano i tronchi a società extraregionali. Chi non ricorda, al proposito, il via vai di Tir sulle strade del circondario per l’occasione? E la possibilità, sia pur minima, di lavoro, fu “inventata” attraverso l’edilizia, attività che si trasformò in un fiato in uno dei più orrendi sacchi edilizi d’Italia (qualche anziano potrà senz’altro raccontare che una volta il nuovo Segretario comunale, appena arrivò all’altezza della strada dove insiste l’attuale palazzo “Donnici” e chiese del come mai di tutti quei palazzoni in costruzione, ma non ultimati come se fossero dei ciclopi senza neanche l’occhio, fece subitanea inversione con l’auto e se ne scappò a gambe, pardon: ‘a ruote levate’). Fu sconvolto e annientato uno dei paesi-presepi, con le sue frazioni, più belli della Penisola (e chi viaggiava per l’Italia in quei tempi potrà confermarlo). E, alla fine, anche l’edilizia dovette però fermarsi e riprese un’emigrazione ancora più selvaggia, persino di alcuni imprenditori edili, delle maestranze e dei pochi artigiani rimasti.

Che fare ora?

Per rispondere con una qualche possibilità di un fare positivo, dobbiamo ritornare a considerare un po’ della storia passata. Chissà se qualcuno, girovagando sulla vetta del Gariglione e scendendo giù per i boschi verso Petilia Policastro, si è mai soffermato ad osservare il terreno e la sua composizione, o guardando ancora qualche scala rimasta e gli stipiti e le architravi dei portoni di alcuni palazzi del paese, si è mai accorto di lavori con certi marmi e con granito (il marmo bianco leggermente opaco e il granito grigio della Sila)! Quanta ricchezza abbandonata e ormai neanche conosciuta! Tutto il Gariglione, e non solo la vetta, è pieno di lastre di marmo! Persino l’Enciclopedia Treccani ricorda che tutta questa parte della Sila è formata da «rocce cristalline formanti la compagine litologica del rilievo si presentano in formazioni scistose su tutto l’orlo occidentale (filladi, micascisti, scisti granitoidi, gneiss, ecc.) e su gran parte del suo lembo S. (micascisti, gneiss, scisti granatiferi, ecc.), mentre una spessa coltre di rocce granitiche (graniti a mica nera e a elementi cristallini grandi, attraversati spesso da filoni di porfido e da lenti di anfibolite, diorite, ecc.) ne copre tutta la parte centrale, per una vastissima estensione a figura irregolare, scendendo anche sui fianchi N., E. e S. sino a Corigliano, Rossano, Verzino, Cotronei, Cropani e, in masse isolate, sino a Catanzaro e al corso inferiore del fiume Savuto».

Dall’Archivio storico di Crotone, dall’Archivio Aldobrandini nella Biblioteca Apostolica Vaticana, dalle ricerche fatte in diversi tempi per trovar miniere nel Regno, secondo i documenti negli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, si apprende della “Pietra di Policastro”. «Un “lembo” di queste formazioni di gesso si evidenziava anche a Policastro dove, agli inizi del Settecento, lo si usava ancora “assai bene per pietrame da costruzione”, come risulta documentato dalle notizie forniteci dal Mannarino e da quelle che riguardano i lavori compiuti dall’arcivescovo Carlo Berlingieri alla cattedrale di Santa Severina.

Il particolare pregio del gesso (“lo ijzzo”) di Policastro, risalta attraverso un atto del 26 febbraio 1641, riguardante alcuni lavori da realizzare all’interno della cattedrale di Crotone.Quel giorno, alla presenza del notaro Protentino di Crotone, si costituivano il mastro Franco Abruzise “de neapoli”, ma “incola Policastri”, da una parte e, dall’altra, i RR. Procuratori della “R. fabricae sacri episcopijCivitatisCrot.s”.In quella occasione, le parti si accordarono affinché il mastro costruisse “le lamie alla ala destra del detto Vescovato novo per diritto alla Cappella della Mad.aSS.a dello Capo e Coprire tutti li Cinque archi novi di lamia de ijzzo”, dietro un compenso di ducati 45 comprensivo di “Mastria e manipoli”, mentre i detti procuratori s’impegnavano a fornire “lo ijzzopetratonequa e lo legname” per realizzare le centine (“le forme”) e “lacqua”.Si specificava che il mastro avrebbe dovuto fare “a torno a torno” dette lamie, “le Cornici con Relasci a lunettj Come quella di S.to Fran.co di paula” e le cornici come quelle della Cappella del S. Gio: DonisioSuriano “alliCappoccini”» (Pino Rende, Archivio Storico Crotone).

E non basta: «Il ferro in territorio di Policastro– Tracce relative alla presenza di giacimenti di ferro sfruttati anticamente in territorio di Policastro, emergono attraverso l’indagine toponomastica, che evidenzia il permanere del toponimo “Macinello”,in prossimità del corso del fiume Soleo e dei confini silani. Nel 1663, in località “vallone del Maciniello”, nei pressi della Scanzata del Gariglione, fu posto uno dei pilastri che delimitavano il confine silano.La località, invece, non risulta menzionata nella “Carta della Sila disegnata dal tavolario Antonio Galluccio nel 1685” dove, tra quelle denominate “R.e Le Petinelle”, “R.e del Principe” e “M.te Femminamorta”, nella carta dell’Ing. Giorgio de Vincentiis (1889), e “R. le Petinelle”, “R. Principe” e “M. Femminamorta”, nel F.o 237 “S. Giovanni in Fiore” della Carta d’Italia 1:100.000 (1927), troviamo la località “Irto del Ferro”: “55. Timpone del Principe”, “56. Serra della Petinella”, “57. Montagna della Petinella”, “58. Macchia longa”, “59. Serra de Friano”, “60. Montagna de’ Faghi”, “61. Serra della Giumenta”, “62. Timpone di Ariano”, “63. Irto del Ferro”, “64. Strada di Femina morta” e “65. Fontanella di Femina morta”. Discendendo il corso del fiume Soleo, l’attività legata alla produzione del ferro in aree montane più prossime all’abitato di Policastro, è testimoniata dalla presenza dei toponimi “M. S. Barbara” e “Ferro” e/o “del Ferro”.

Le antiche concessioni medievali in questa parte montana ricadente nel Castanetum, ed appartenente al territorio di Policastro, sono evidenziate dalla presenza dell’abbazia appartenente alla “Religione Basiliana” di “S. Maria di Cardopiano nelle montagne di Policastro” (Documenti Inediti di Archivi e Biblioteche Calabresi – sec. XII-XVII -, Castrovillari, 2006, pp. 465-470. Fonti Aragonesi II, p. CIL e pp. 101-102. Sisca D., Petilia Policastro. Pino Rende, Archivio Storico Crotone. Domenico Puntillo,Fame Di Sud).

La cultura, le convinzioni e le tendenze ambientaliste contemporanee non consentirebbero certo, e forse a ragione, di passare ad uno sfruttamento della “Pietra” come sulle Alpi Apuane e a Carrara, ma niente vieterebbe di seguire con maggior decisione, promozione e investimenti l’esempio del coraggioso giovane che proprio a Foresta ha iniziato da alcuni anni l’attività di lavorazione delle pietre in modo selezionato, ornamentale, elegante e alto e non indifferenziato per costruzioni immobiliari.

L’antifascismo, quello corretto, come opposizione e rinnegamento di regime dittatoriale, ci sta, è legittimo, ma non se lo si professa in modo indifferenziato e altrettanto totalitario ad imitazione, magari senza rendersene conto, proprio del regime che si vorrebbe rinnegare. Se si ritiene fosse stato giusto (ma abbiamo cercato di documentare che così non era) sciogliere la convenzione con la So.Fo.Me., perché allora non si sono distrutti, per esempio, il quartiere dell’EUR e i palazzi eleganti e importanti costruiti dal regime, o, qui, la ferrovia Petilia-Crotone? Perché non si sono ripristinate le Paludi pontine e qui, immediatamente, le Casse Comunali di Credito Agrario e a mettere in prigione i presidenti di queste (a suo tempo, dal 1940, a Petilia era retta dall’avv. Egidio Caruso), o eliminare, per esempio, il campo sportivo “fascista” e le ristrutturazioni dei locali di Largo Santa Caterina? Perché non eliminare, come documenta, a voler tralasciare altri, lo studioso Michele Giovanni Bontempo, giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze,in Lo Stato sociale nel Ventennio,il fascistissimo Welfare (appunto: Stato sociale)? E cioè l’INAM – Istituto Nazionale Assistenza Malattie –, l’IRI, per la promozione industriale, dopo lo sfascio della I Guerra mondiale;l’Opera maternità e infanzia, l’Assistenza ospedaliera per i poveri; la fissazione dell’orario di lavoro e l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini; la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche; il divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e gli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione (l’antica INPS, divenuta nel 1993 CNAS, Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale); ma anche le assicurazioni di invalidità, vecchiaia e disoccupazione: oggi INAIL e sempre CIG dal 1927, cioè Cassa Integrazione Guadagni. Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”.

Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori.Alcuni di questi Enti avevano succursali anche a Petilia Policastro fino a pochi decenni fa; ma sono state smantellate ed è stato consentito di trasferirle in altri e vicini paesi, più “vicini” all’ideologia dominante così cara a tanti amministratori policastresi. Il sospetto, purtroppo legittimo, è che la cosa che effettivamente interessasse fosse l’eliminazione dell’imprenditoria privata. Ma, ripetiamo, è possibile oggi fare qualcosa e invertire la tendenza al disinteresse e allo sfascio? Chissà!?

 Luigi Capozza

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