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L’origine del rito della strina (o strenna, ovvero dono augurale) si perde nella notte dei tempi. Già praticato in età romana, quando era ancora in vigore il calendario giuliano, il rito aveva una forte valenza propiziatoria, soprattutto legata al mondo agricolo e al ciclo delle stagioni. Nel Medioevo la strina si conferma come forma di teatro di strada e canto itinerante, per poi essere progressivamente cristianizzata e inserita nel ciclo delle festività natalizie.
Con la cristianizzazione, la strina diventa un canto augurale e di questua, raggiungendo il suo momento più intenso nella sera dell’Epifania, quando il rito viene simbolicamente collegato alla visita dei Re Magi e alla prima manifestazione di Gesù Bambino.
Proprio in questa cornice simbolica, il 5 gennaio 2026, per volontà del locale Comitato Cittadino, la strina è stata reintrodotta a Cotronei, dopo essere caduta per decenni in un quasi totale oblio.
È doveroso chiarire che il canto della strina è ancora oggi ben conservato in Calabria, ma nella maggior parte dei casi si tratta della celebre strina di Cosenza, di cui esiste una documentazione secolare. Non a caso, il grande compositore Alfonso Rendano ne realizzò una raffinata versione per pianoforte alla fine dell’Ottocento. Nel Novecento, la stessa melodia è stata poi incisa da Otello Profazio e da altri interpreti negli anni Sessanta, entrando così nelle case dei calabresi e affermandosi come la strina per antonomasia.
Questo processo, indubbiamente positivo per la conservazione del rito, ha però finito per mettere in secondo piano le strine locali, poiché ogni paese possedeva una propria versione, con testo, melodia e strumenti specifici. La diffusione di un unico modello ha così accelerato un processo di scomparsa già in atto nel secondo dopoguerra.
La manifestazione di Cotronei ha assunto quindi un valore esemplare: ha restituito voce a un canto identitario che può essere definito un vero e proprio gonfalone musicale della comunità. In esso, forme e colori simbolici si traducono nelle espressioni dialettali incastonate nella melodia, accompagnate da strumenti tradizionali come la zampogna e il mortaio, capaci di evocare un immaginario arcaico e profondamente comunitario.
La partecipazione popolare è stata viva e numerosa. Trattandosi di un rito in movimento, il corteo ha attraversato tutte le strade del paese, dai quartieri più moderni fino al centro storico. Particolarmente toccante è stato il passaggio nelle RSA, dove in molti degenti si è riaccesa la fiammella sopita della memoria, grazie alle note e alle parole della strina.
Momento altamente simbolico è stata la consegna di una pergamena con il testo della strina, da parte del presidente del Comitato Francesco Barilaro, alla presenza del Sindaco Antonio Ammirati, alla professoressa di violino della Scuola Media a indirizzo musicale Francesca Loria. Il testo, recuperato personalmente dagli zii Teresina Stumpo e Nicola Tallarico, è stato affidato alle nuove generazioni, con l’impegno di farlo rivivere tra gli studenti già dal prossimo anno scolastico.
La buona organizzazione dell’evento, conferma di come la sinergia tra istituzioni, associazioni e cittadini possa diventare strumento concreto di tutela del patrimonio immateriale del nostro territorio.
La Strina di Cotronei, raccolta e registrata nel 2000 da Domenico Stumpo dai suoi zii Teresina Stumpo e Nicola Tallarico, torna oggi a vivere non come semplice rievocazione folkloristica, ma come atto di memoria collettiva, capace di unire passato e futuro nel segno della tradizione.
Chi via li bon trovati oi gran signuri
Cumu lu miegghiu juernu oi dintra l’annu
Ce su tre fiesti tutti i tre maggiuri
A Pasqua u Natale e Capudannu.
Tutti i tre fiesti li mintimu mmia
Natale, Capudannu e Bifania.
Palazzu chi de ueru si, nturnatu
E ‘ntorniatu de mille catine
Dintra ce siti vui grandi signuri
Chi dati lu spendore ari vicini
Viati vui vicini oi tutti quanti
C’aviti su trionfu e sa bannera
Aviti a Roma chi ve sta davanti
U pararisu cu ra Matalena.
Mienzu sa casa c’era nu bicchieri
A ru patrune u via nu cavalieri
Mmenzu sa casa vidu na catina
A ra patruna a via na regina
Chi pozza avire tanti di bon’anni
Ppe quantu a Roma ce spannanu
panni
Chi pozza avire de la bona sorte
Ppe quantu a Roma ce su finestre
e porte
Mo sinne cala la pinta spruvera
Me fa ra caminata da regina
E a na manu porta la lumèra
A n’atra la galante strina
L’aiu pregatu tantu a Santu Vitu
Un te fa stare buenu u ciucciu e ru
puddritru.
L’aiu pregatu tantu a Sant’Aloi
Un te fa stare buenu u ciucciu e ru
voi.
Canta ru gaddru e scuotula re
pinne.
Ve lassu a bona notta e jamuninne.
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