“La civiltá è piú forte della ‘ndranfata”. Ospiti di “CulturArt” Tiberio Bentivoglio e “Libera” l’hanno dimostrato a Petilia.

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Forse non tutti gli imprevisti si creano per nuocere. A testimonianza di questo una “dispettosa” perturbazione metereologica che ha spinto la Accademia “Fernando Sor” di trasferire la presentazione del saggio “C’era una volta la ndrangheta” di Tiberio Bentivoglio, inseririto nella seconda edizione del festival petilino “CulturArt” in collaborazione con “Libera” provinciale.


Da piazza Marconi, infatti, l’iniziativa si è spostata nel salone della chiesa di San Francesco da Paola, uno dei luoghi d’eccellenza dell’ educazione cittadina ospitando da più decenni le attività ricreative della Comunità dei Missionari Ardorini che, sulla scia educativa del loro fondazione, il Servo di Dio mons. Gaetano Mauro, educano da circa 100 anni la gioventù cittadina. Dopo il saluto di Marianna Locanto della “Fernando Sor” è toccato al giornalista Bruno Palermo cordonare la breve ma intensa girandola di interventi. Probabilmente inconsapevolmente di questa coincidenza, buona parte dell’intervento dell’Autore è stato rivolto ai giovani, invitandoli ad “incazzarsi” contro il malaffare.


“Stiamo sempre – ha sottolineato Antonio Tata coordinatore di “Libera” – a cercare scusa per non fare niente. Tiberio Bentivoglio col suo libro ci spiega che la ‘ndrangheta può essere sconfitta. Dipende da noi se siamo cittadini o se siamo dei sudditi, se siamo elettori consapevoli o meno. Certamente la ‘ndrangheta non va lottata da cittadini solitari. Insieme dobbiamo trovare la virilità degli uomini liberi. Denunciare è un atto di democrazia perché subire la violenza della ndrangheta vuol dire rifiutare la democrazia. Se non andremmo a votare non per un favore, un lavoro ed altri diritti scambiandoli come diritti sconfiggere la ndrangheta sarà più facile”.


Forte la testimonianza di Tiberio Bentivoglio. “Il 18 luglio 1992 decisi di denunciare chi mi ha chiesto il pizzo. Ho fatto una scelta forte, sostenuto da mia moglie, abbiamo pianto, passato nottate in piangere. Il mafioso che ho denunciato, morto lo scorso anno abbitava non a cento passi da casa mia, ma a 12 metri. La mia partita iva va avanti nonostante sette attentati, resistendo e ripartendo. Per le mie dichiarazioni ed un altro libro sono arrivato in Cassazione. È stato il primo libro ad arrivare al terzo grado di giudizio”.


Ai partecipanti, è stato un messaggio di ottimismo quello lanciato dall’Autore. ‘Bisogna vincere – ha aggiunto Bentivoglio – siamo pochi ma più di 20 anni fa’ eravamo di meno che oggi ed era impossibile anche solo immaginare una manifestazione come questa di stasera. La mia rabbia, come ha capito don Ciotti, non è contro la malavita, ma contro i civili inresponsabili”.


“Nel 2015 – ha ricordato – stavo per fallire ed ho richiesto un bene confiscato per andarmene da un quartiere dovevo lottare anche contro 51 testimoni falsi come me. “Libera” e la Procura ci hanno dato una mano, anche con una raccolta di fondi di 67 milà euro che ci ha consentito di fondare una nuova sanitaria. Oggi il mio negozio è unico in un bene confiscato. È purtroppo anche un presidio con due soldati al giorno, ma meglio due militari che cambiano turno ogni due ore, che due o più mafiosi dentro e vicino al nostro negozio”.
Francesco Rizza

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