Influssi bizantini nell’antropologia calabrese.

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“NE’ de vennari e ne’ de marti – consiglia un proverbio calabrese – ne se ‘nzura e ne se parta”. Se nell’ immaginario collettivo cristiano la negatività del venerdì è collegata indossubilmente alla morte di Cristo sul monte Calvario, perché in Calabria una simile avversità nei confronti del martedì? Affascina gli appassionati di storia un collegamento che, pur non essendo accettato da tutti, potrebbe offrire una spiegazione abbastanza attendibile.


Era, infatti, un martedì il 29 maggio 1453 quando Costantinopoli fu occupata dai Turchi che annientarono l’Impero Romano d’Occidente. Ed effettivamente, ancora oggi, nell’Oriente ortodosso europeo, la repulsa verso il secondo giorno della settimana è un sentimento condiviso. Talmente forte da aver influenzato la Calabria dove, tradizionalmente, il martedì è il giorno dedicato al culto di Antonio da Padova fra i santi cattolici più amati.


Certamente, nel XV secolo la più antica ellenizzazione della Calabria, quella delle Colonie magno Greche che raggiunse l’Italia meridionale intorno all’ VIII secolo avanti Cristo, era abbondantemente compiuta, ma proprio a causa della presa ottomana di Costantinopoli furono numerosi gli Albanesi ortodossi che lasciarono la propria Patria preferendo l’esilio a quell’occupazione turca che non era solo politica ed economica, ma anche religiosa.


“I Bizantini – osserva Cyril Mango nel saggio “La Civiltà Bizantina” – immaginavano Dio ed il regno dei cieli come una replica su grande scala della Corte costantinopolitana. Se fossero interrogati su questo punto , avrebbero probabilmente espresso il rapporto in termini inversi, dicendo che la corte dell’imperatore era un attenuato riflesso della corte celeste. Quali dei due fosse l’archetipo e quale la copia, la replica rassomiglianza era data per scontata”.


. Emblematica per la comprensione di questa equivalenza, fra le varie testimonianze documentarie la “Prodigiosa ed edificante visione del monaco Cosma”, già ciambellano dell’imperatore Alessandro (912 – 913). Lo stesso monaco, lasciata la corte costantinopolitana nel 933, divenne abate di un monastero dell’Asia minore, nord occidentale.
La visione descrive sei ore di trance in cui l’Abate, al termine di una lunga malattia, avrebbe visitato l’oltretomba. Dalla grande sala ai “cubicula”, dalla scala a chiocciola agli attendenti eunuchi, il palazzo della corte celeste è del tutto simile alla corte celeste che lo stesso Cosma avrebbe visitato.

Unica differenza le dimensioni: nel Paradiso tutto era più grande rispetto alla corte bizantina. Ed ancora nell’XI secolo in un componimento encomiastico Giovanni Mauropade non si crea problemi a paragonare a Cristo il rozzo Michele IV. Nella raccolta “Scriptores originarum costantinopolitanum” si scopre come anche in uno scritto popolare, si descrive un angelo come “un eunuco avvolto in veste bianca, di bell’aspetta, come un emissario del palazzo”.

Capita così che la presa di Costantinopoli rappresentò per molti un vero e proprio trauma psicologico oltre che politico ed amministrativo Probabilmente, anche quest’idea aulica della corte, nell’evolversi del tempo, ebbe delle conseguenze nei rapporti sociali che non si ebbero, invece, in Occidente ma che, ancora oggi, riaffiorano in quell’individualismo ed in quel familismo proprio di alcuni ambienti calabresi.


Mentre, infatti, i Romani di Roma erano prevalentemente dei cittadini dei municipi e frequentatori del foro, tale definizione non calza affatto sugli antichi abitanti di Bisanzio. Ha osservato, infatti, lo storico Alexander Kazhdan che, nell’ Impero Romano d’Oriente, la vita sociale e politica rappresentava una vera e propria finzione.
“Solennissime processioni e suntuose cerimonie religiose – scrive lo Storico – potevano soddisfare le esigenze estetiche e religiose dei Bizantini, ma non potevano in alcun modo soddisfare i loro bisogni politici. Tutti, perciò, si rinchiusero sempre più nell’ambito della famiglia”.


Conseguenza di ciò, come osserva lo Storico, fu anche la diversa legislazione relativa al matrimonio, diversa nelle due sezioni dell’Impero Romano. Ancora nel IX secolo, al tempo cioè di papa Nicola I, mentre in Grecia era ritenuto peccaminoso il matrimonio che non era celebrato in chiesa, nella “cattolica” Roma per la creazione di una nuova famiglia bastava il semplice consenso civile delle parti.

Francesco Rizza

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