IL DIADEMA DI ERA LACINIA – di ROBERTO SPADEA

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

Gianni De Simone mi ha offerto, per la prima volta dalla data del suo rinvenimento, l’occasione di raccontare come questa straordinaria scoperta è avvenuta. Premetto che quasi sempre i grandi rinvenimenti avvengono quando meno te lo aspetti od anche quando sai che ci saranno, ma non sai né quando né dove, anche se la superficie dell’area di scavo è piccola e perciò con grande tensione te li aspetti…e molte volte non avvengono! L’edificio di forma rettangolare denominato B, a fianco del grande tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna, aveva già rivelato oggetti importanti, soprattutto in bronzo, con figure mitologiche quali una sfinge, una Gorgone in corsa e una sirena. Era la mattina della calda estate del mese di luglio 1987. Intorno alle 10.00 il cantiere aveva ripreso il ritmo consueto dopo la pausa per la colazione. Le squadre di due uomini erano ben divise. Per solito avevo aiuto da Giuseppe Sgrò, mio amico e collaboratore di Reggio Calabria, con l’altro indimenticabile amico Renato Amodeo, responsabile dei rilievi. Ma più di ogni altro potevo contare su un capo operaio di finissimo intuito e valore, Enrico Maiolo con il quale lavoravo da molti anni. Alla ripresa del lavoro mi ero allontanato qualche minuto dal cantiere e, rientrando, Enrico mi chiamò per farmi vedere una ‘cosa strana’. Stava lavorando di ‘fino’ (usando la punta di una speciale cazzuola a forma romboidale detta ‘trowl’, inventata in Inghilterra per gli scavi archeologici) vicino ad un piccolo cippo in pietra di forma tronco piramidale (horos in greco) che è segno del limite di un’area sacra. Scavando vicino al cippetto erano emerse delle palline dorate come avvolte nella carta dei cioccolatini. Era uso nei cantieri di scavo fare scherzi con uso di carte stagnole argentate o dorate, per richiamare l’attenzione soprattutto degli archeologi su eccezionali ritrovamenti soprattutto di monete che risultavano essere clamorose ‘bufale’ con generali risate, per cui dissi a Enrico di lasciar stare pensando allo scherzo, ma lui giustamente insistette ostinato e mi costrinse a guardare da vicino. Piano piano, scavando poco alla volta con bisturi e punta di ‘trowl’, l’oggetto rivelò la sua forma: era una corona in lamina d’oro che mi parve subito essere arcaica (seconda metà del VI sec.a.C.) Enrico, me presente, lavorò fino a tardi per liberare dall’argilla i delicatissimi serti di foglie, ma alla fine dovemmo arrenderci e con l’uso del gesso fu liberata tutta la zolla con la corona. La scortammo con trepidazione nel Museo di Crotone, dove l’indimenticabile capo servizio Domenico Crocitti la prese in consegna. Presto, nei giorni seguenti, sarebbe arrivato Giuseppe Sgrò, eccellente restauratore, a completare lo scavo in laboratorio. L’esemplare si rivelò subito delicato: la lamina aurea mostrava più di un segno di debolezza ma tutto era superbo e straordinario. Domenico Critelli eseguì eccezionali riprese fotografiche ed Enzo Lazzarin lo disegnò in modo accurato. Giuseppe Sgrò, poi,  coadiuvato da un valentissimo tecnico Vincenzo Calafiore, anch’egli del Laboratorio di Restauro del Museo di Reggio Calabria, elaborò e realizzò l’agile e sicuro supporto in plexiglas sul quale la corona ancor oggi appoggia nella vetrina blindata del Museo di Crotone. Si trattava, si tratta di un reperto assolutamente unico ed ancor oggi stento a credere di avere vissuto questa eccezionale scoperta. La corona è costituita da una fascia in lamina d’oro, che presenta nella parte mediana una decorazione a treccia, ottenuta a metallo battuto e definita a cesello. La fascia rettangolare con l’inserzione del motivo a treccia è un complesso armonico di linee che proprio nella semplicità del motivo ha in sé la chiave del suo equilibrio. La treccia è definita da una grossa linea a rilievo, contornata da una parte e dall’altra da due linee più sottili, anch’esse a rilievo. Gli spazi centrali sono riempiti da grossi punti circolari rilevati. Nella parte interna la lamina della corona è ripiegata a formare un bordino con lembi brevi. All’esterno sono stati applicati due serti vegetali che hanno quasi nascosto la treccia. I fori di applicazione sono in posizione omogenea. La linea superiore dei fori (complessivamente 12) e quella inferiore (complessivamente 24) sono state ricavate ai margini della fascia in modo da consentire, senza sovrapposizioni, l’applicazione dei due serti. Nastrini aurei sostengono le foglie; questi, attraversati i fori, sono stati ribattuti all’interno, per assicurarne l’aderenza. A tal fine piccole rondelle d’argento collaborano a fissare le foglie sulla lamina. Per quanto riguarda gli inserti vegetali si osserverà in alto una fila di ramoscelli interpretabili come mirto, contraddistinto dalle tipiche forme lanceolate e dalle bacche ottenute con capsule in lamina d’oro, desinenti nella tipica coroncina a quattro petali -indicativi del fiore non ancora sbocciato- segnati da quattro linee incise. Di difficile interpretazione sono le foglie del serto più basso collegate alla lamina principale attraverso un nastrino anch’esso d’oro; queste sono di tipo palmato e denticolato segnato da linee bene incise. Esse potrebbero essere foglie di acero pianta descritta da Teofrasto (3, 11, 1-2); potrebbe trattarsi tuttavia anche di foglie di vite considerato che ad Hera si dedica anche il vino. Di recente Piero Guzzo ha pensato al sedano erba perfettamente nota nell’antichità e compatibile con Hera. Con più di una probabilità la corona incoronava un simulacro di Hera.  Stephanos scettro e phiale, sacri ad Hera, sono attestati da Pausania (II, 17, 4) per la dea di Argo ed ancora, coronata da uno stephanos, ricco di ornamenti vegetali, era la statua di culto di Hera ad Olimpia. Di estrema importanza è che in alcune serie monetali di Crotone dell’inizio del IV sec.a.C. è effigiata proprio la testa incoronata di Hera. L’opera nella sua complessità e raffinatezza è da considerarsi un unicum.

CORONA D’ORO

Santuario di Hera Lacinia

a Capo Colonna di Crotone.

Dall’edificio B, area dell’horos.

Ritrovata nel corso degli scavi del luglio del 1987.

La lamina, complessivamente, ha una lunghezza

di cm 37 ed è alta cm 5.

Il peso del gioiello è di gr. 122, 5.

Inv. 72647.

 

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp