I Racconti Caccuresi di Giuseppe Marino: “Una Banda di Banditi”.

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Studenti, soldati e musicanti, é risaputo: mettili insieme e sono peggio delle cavallette. E’ pericoloso un branco di lupi affamati, va temuto un branco di leoni della savana, perfino uno di cani randagi, ma tutti questi assembramenti di rispettabili bestie sono congregazioni di miti agnellini al confronto di un plotone di soldati in libera uscita, di una scolaresca in gita di istruzione, o, peggio ancora, di una banda di musicanti in tourneé.  Magari presi singolarmente gli individui che li compongono son tutte brave persone, ma, mettili insieme e sono in grado di far tremare perfino gangster del calibro di Al Capone.

Se queste considerazioni valgono in generale, figuriamoci per la banda musicale di Quattrotane, un’accozzaglia di eterni scavezzacoli, trentacinque bricconi adusi ad ogni sorta di scherzo o di scellerata ribalderia, incuranti delle conseguenze che tali bravate producevano sui malcapitati che avevano il solo torto di incrociare la loro strada con quella dei terribili “pupilli di Euterpe.”


A quei tempi, quando la banda si recava negli altri paesi per esibirsi l’impresario noleggiava un vecchio camion, un Ford Taunus di quelli dal muso lunghissimo e dal cassone ridotto, che arrancava penosamente sulle ripide e polverose strade di Calabria. Lo sgangherato automezzo, carico di strumenti e musicanti, percorreva a stento, sbuffando come un vecchio asmatico, i tratti meno ripidi, ma, quando la strada si inerpicava per i fianchi delle colline, era davvero un dramma.


Allora Pasquale, il vecchio “sciafferro” fermava il mezzo e pregava una parte di quell’accozzaglia di scendere e di percorrere a piedi il pezzo più ripido ché li avrebbe aspettati alla fine della salita per riprenderli a bordo. Allora un gruppetto di quella “schiuma di cancarena” scendeva dall’automezzo non prima di aver inscenato una furibonda protesta, ma, appena Pasquale rientrava in cabina, furtivamente, ma lestamente, i furfanti risalivano sul camion il cui autista, sicuro di averli appiedati, non riusciva a rendersi conto delle difficoltà che il vecchio Taunus incontrava per superare quel maledetto tratto di strada. Quando sentivano che il mezzo rallentava per fermarsi, piombavano giù nascondendosi dietro i massi e gli arbusti per poi fingere, dopo un po’, di arrivare stanchi e furibondi nel luogo dove il Povero Pasquale li attendeva mentre, disperato, osservava il vapore uscire dal radiatore come da una vecchia vaporiera.


Quando la tourneé prevedeva un pernottamento nel paese in festa, era usanza della popolazione ospitare nelle povere case, anche a costo di enormi sacrifici, un paio di quelle canaglie. Ebbene, i malcapitati paesani non sapevano quasi mai di dover mettere in conto la rottura di piatti, il furto di qualche stoviglia e, quasi sempre, il cambio del materasso infracidito che quei mascalzoni, per puro divertimento, “innaffiavano” abbondantemente quasi fossero stati bimbi incontinenti.
Ma la mascalzonata più odiosa la misero a segno ai danni di un povero mulattiere che, ancora oggi, soffre le conseguenze dell’esacrando gesto. Un giorno, mentre gli scellerati tornavano da un paese vicino che erano stati costretti a raggiungere a piedi perché sprovvisto di strada d’accesso per le autovetture, incontrarono il povero vaticale che, con un mulo carico di ricotte, stava recandosi alla fiera di Mulerà per venderle e ricavarne un po’ di soldi. Le ricotte fresche, avvolte nell’”erbuzza”, erano contenute in quattro “fiscini” legati in groppa al mulo.


I “banditi” si informarono del contenuto e della natura del carico e il mulattiere, affascinato evidentemente dagli emuli di Mozart, offrì loro, spontaneamente e col sorriso sulle labbra, tre ricotte perché le mangiassero per strada. Ma i bricconi, evidentemente non contenti del bottino, cominciarono a premere sul malcapitato affinché aumentasse a dismisura la consistenza della donazione. Il poveraccio aggiunse ancora un paio di ricotte, ma le pretese, invece di scemare, aumentavano. Allora tentò di sottrarsi a quell’orda famelica e, preso per la cavezza il mulo, lo strattonò per avviarsi e sfuggire ai briganti. I musicanti gli si pararono innanzi tagliandogli ogni via di fuga ed egli cercava disperatamente di spezzare l’assedio.

A questo punto il trombettiere concepì, in un baleno, il suo piano scellerato: si avvicinò furtivamente al mulo, si portò la tromba alle labbra ed emise, proprio nelle orecchie della povera bestia, lo squillo più acuto che si potesse produrre con quel maledetto strumento. Il mulo fu come punto contemporaneamente da un milione di tafani: terrorizzato si impennò, ricadde, tornò ad impennarsi sempre più in alto mentre quel farabutto continuava a suonare la sua diabolica tromba. Decine e decine di ricotte uscirono dai “fiscini” e si spiaccicarono sul terreno mentre il malcapitato mulattiere cercava disperatamente, bestemmiando come un turco, di calmare la bestia. Fu a questo punto che, approfittando delle difficoltà del poveraccio quei criminali se la diedero a gambe dileguandosi rapidamente nella boscaglia. Il pover’uomo,allora, calmato l’animale, si sedette affranto con la cavezza tra le mani contemplando piangente l’immane disastro che lo aveva ridotto sul lastrico.

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