Francesco d’Assisi – 800 anni di un rivoluzionario del Vangelo  di Rita Cardamone

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Nel 2026 ricorrono ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi (1181/82–1226), figura che continua a parlare al mondo contemporaneo con una sorprendente attualità. Celebrarlo non significa soltanto evocare il santo del presepe o dell’amore per gli animali, ma tornare alla radicalità di un uomo che scelse di cambiare il proprio tempo mettendo in discussione ricchezza, potere e perfino l’idea stessa di Chiesa. Francesco nasce ad Assisi, in una famiglia agiata. Il padre, Pietro di Bernardone, è un ricco mercante di stoffe; la madre, Pica, di origine francese. Il giovane Francesco cresce tra sogni cavallereschi, feste e ambizioni mondane, in linea con l’ideale del giovane aristocratico del tempo. Non è un mistico precoce: ama la compagnia, il canto, l’idea della gloria. La prigionia durante la guerra tra Assisi e Perugia e una lunga malattia segnano una frattura. È l’inizio di una crisi che non è soltanto spirituale, ma esistenziale: Francesco comprende che l’ideale cavalleresco non colma il vuoto che avverte dentro di sé. Il passaggio decisivo avviene nei primi anni del XII secolo: l’incontro con i lebbrosi, il crocifisso che” parla” di San Damiano, l’abbandono progressivo delle ricchezze paterne. Il gesto simbolico avviene nella piazza di Assisi: davanti al vescovo, restituisce al padre abiti e denaro, spogliandosi di tutto. Segna l’inizio di una vita nuova, radicalmente orientata al Vangelo. Non è solo un atto di rinuncia: è una dichiarazione di libertà: libertà dalle cose, dal potere, da sé stesso. Francesco sceglie la povertà non come mortificazione, ma come possibilità di vivere senza possedere. Questa scelta è scandalosa. In un’Europa medievale segnata da forti disuguaglianze e da una Chiesa spesso intrecciata al potere economico e politico, la povertà volontaria suona come una critica silenziosa ma potentissima. Francesco non fonda un ordine con l’idea di creare un’istituzione. Vuole semplicemente “vivere secondo il Santo Vangelo”. Eppure, attorno a lui si raduna un gruppo di compagni. Nascono così i frati minori: “minori”, cioè ultimi. La novità francescana non è soltanto la scelta della povertà, ma nello stile: fraternità, itineranza, predicazione semplice, vicinanza agli ultimi. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni economiche e sociali, Francesco propone un modello alternativo, che non rifiuta il mondo ma lo attraversa con uno sguardo nuovo. Nel 1209 si reca a Roma per chiedere l’approvazione della sua forma di vita a Papa Innocenzo III. La tradizione racconta di un sogno in cui il papa vede Francesco sorreggere la basilica lateranense in rovina. Leggenda o no, è certo che l’Ordine francescano diventa in pochi anni un fenomeno europeo. La sua esperienza si allarga rapidamente, nel 1212, con Chiara d’Assisi, prende forma anche il ramo femminile dell’Ordine. Nel 1219, durante la quinta crociata, attraversa il fronte per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil in Egitto. Non è un gesto politico nel senso moderno, ma un atto profetico. In un’epoca di guerra religiosa, Francesco sceglie il dialogo. Non converte il sultano, ma dimostra che la fede può incontrare l’altro senza spada. Celebrare Francesco oggi significa anche guardarlo senza agiografie. Non fu un ingenuo amante della natura nel senso moderno. La sua fraternità cosmica nasce da una visione teologica: il creato è fratello perché ha un unico Padre. Il celebre Cantico delle Creature, uno dei primi testi poetici in volgare italiano composto negli ultimi anni di vita, non è un idillio romantico, ma una lode che nasce nel dolore, una lode cosmica, in cui il creato intero diventa fratello: il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, persino la morte. In questa parole si coglie forse l’essenza più profonda della sua spiritualità; una riconciliazione universale che abbraccia dio, l’uomo e la natura. Francesco è malato, quasi cieco, segnato dalle stigmate ricevute nel 1224 sul monte della Verna. Eppure canta “Laudato sii, mi’ Signore”. C’è anche un Francesco esigente, talvolta duro, preoccupato che il suo movimento venga snaturato dall’istituzionalizzazione. Verso la fine della vita assiste con sofferenza alla trasformazione dell’Ordine in una struttura più organizzata, meno radicale di quanto lui avesse sognato Francesco muore il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, nudo sulla terra, come aveva vissuto. Due anni dopo è canonizzato da Papa Gregorio IX. La sua tomba ad Assisi diventa meta di pellegrinaggi. Ottocento anni dopo, la sua figura supera i confini religiosi. È simbolo di pace, di dialogo interreligioso, di ecologia integrale — tanto che Papa Francesco ha scelto il suo nome ispirandosi a lui, richiamando il mondo a una Chiesa povera e per i poveri non è un’utopia astratta ma una pratica concreta di vita. Ma l’anniversario non può essere solo commemorazione. Francesco resta una domanda aperta: è possibile vivere senza possedere? È possibile credere senza dominare? È possibile essere “minori” in una società che esalta il successo? Forse la grandezza di Francesco non sta nei miracoli o nelle leggende, ma nella coerenza radicale tra parola e vita. Non scrisse trattati, non costruì sistemi teologici. Visse. E vivendo, cambiò la storia. A ottocento anni dalla sua morte, Francesco d’Assisi non è soltanto un santo del passato: è una provocazione ancora attuale, un poeta della fede che continua a inquietare e a ispirare.

Rita Antonella Cardamone

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