Fra storia e narrativa. “ANIME INQUIETE”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

Si era promesso che non avrebbe più scolpito nulla; non solo perché le sue mani stanche iniziavano a subìre gli acciacchi dell’ età,  ma particolarmente per quella fama che ormai, scultura dopo scultura, si diffondeva sulle sue opere. Sensazione fastidiosissima per la sua timidezza ed addirittura inaccessibile  alla luce della sua vocazione di Francescano.

 Eppure, quando avevano portato nel chiosco del convento quel tronco di un castagno che era stato violentato da un fulmine si era avvicinato a questo e,  commosso,  non riusciva a separarsene. Inginocchiatosi vicino a quel pezzo ormai inanimato di legno, aveva iniziato a parlargli. “Frate Fuoco è stato davvero cattivo con te”  mormorava, accarezzandogli le stimmate causate dal fuoco. “Adesso ci sono io con te, non avere paura”.

 I confratelli che lo guardavano con curiosità  riconobbero nelle scavate orbite dei suoi occhi quella mistica estasi che precedeva le sue opere d’arte. Probabilmente già intravedeva ciò che avrebbe scolpito. Mentre qualcuno aveva già avvertito  il Frate guardiano che una sua sua nuova scultura sarebbe potuta nascere anche in quel convento, qualcun  altro già  pensava  alle possibili offerte dei fedeli che, un po’ ovunque, alle sua miracolose sculture chiedevano miracoli; ricevendone qualcuno  più di  qualche volta. Ben presto, la fraternità  si era raccolta intorno al Fraticello scultore, con  un chiacchiericcio quasi femminile.

 L’unico a sembrare infastidito di ciò che sarebbe potuto accadere era proprio lui; di  scatto, quasi con un fremito, frate Umile si era alzato. Spolveratosi il  saio dalla polvere, si era rifugiato nel coro della chiesa. Nella sua ardente  necessità di  quiete. “Ave Signora, santa regina, santa Madre di Dio Maria che sei vergine fatta Chiesa  ed eletta dal santissimo Padre celeste che ti ha consacrata”. Le mani di qualche altro pio Frate, decenni prima, aveva scritto in rosso sullo scuro marrone degli scanni più alti i versi di una delle più note  preghiere del Poverello assisiate nelle quali, in serate come quelle, il Fraticello siciliano si immergeva  per trovarvi pace.

C’era stato un tempo, quanto ancora si chiamava Giovanni Francesco Pitorno e a Petralia, nelle Madonie siciliane, iniziava  a scolpire nel laboratorio di famiglia, il lavoro sul legno era il suo impegno preferito; davvero molto di più di un redditizio mestiere. Se chiudeva gli occhi, ancora a distanza di lustri,  gli sembrava ancora di assaporare finanche  il profumo delle colle e delle vernici preparate da suo padre, ma da allora, quante cose erano cambiate!   D’un tratto era arrivato l’inevitabile. In pochi mesi la festaiola città palermitana e tutta la Sicilia occidentale si erano trasformate in  un lugubre lazzaretto,  per una delle più potenti pandemie di peste che infestarono il Sud italiano.

Addirittura, si arrivò ad un punto che nelle strade  neppure si raccoglievano più i  cadaveri per dar loro sepoltura. Sotto i ponti, negli angoli più nascosti dei paesi, nelle campagne, i corpi  senza vita, come logori panni vecchi,  venivano ammassati e coperti con della calce. Qualche  volta, quando erano troppi, si dava loro fuoco ed un fumo acre e dolciastro nello stesso tempo  infettava ancor più quell’aria già  insalubre. Fu allora che Giovanni Francesco raccolse in una sacca di tela ciò  che potè metterci dentro e, per fuggire chissà da cosa,  si presentò al convento francescano più vicino. I primi anni in fraternità furono quelli duri della prova.

 Fu uno dei primi giorni dopo l’ingresso in noviziato con la vestizione che i Superiori si accorsero  delle doti artigianali di frate Umile ed invece di destinarlo agli studi iniziarono trasferirlo  da convento a convento nell’intero Vicereame spagnolo  per fargli realizzare le proprie sculture  dedicate al Cristo crocefisso o al momento in cui Pilato aveva presentato al popolo l’Ecce Homo. I malevoli dicevano che lo Scultore francescano, ancora dopo decenni, trovava nei volti scavati degli appestati l’ispirazione per i suoi Cristi sofferenti. Probabilmente era anche così, ma solo Dio sapeva come frà Umile avrebbe voluto liberarsi da quelle tormentose immagini. Anche in quella fredda sera di inverno, il Fraticello si prese il capo fra le mani e pianse. Perché la peste che non se l’era portato via giovinetto ed  ancora in tarda età lo tormetava?

Il tronco era stato trasportato in uno degli scantinati più appartati del convento e non appena aveva avuto un po’ di tempo a disposizione, fra Umile  vi si rifuggiva per obbedienza al Superiore che, delicatamente,  gli aveva chiesto di scolpire qualsiasi cosa avesse voluto.  Vani erano stati i garbati tentativi del Fraticello di sottrarsi a quel compito ma non appena  iniziò il nuovo lavoro, ai Confratelli parve tranquillizzarsi. D’altronde, cosa  ne sapevano gli altri di quello che lui teneva nel cuore? Altrettanto importante un’altra , concreta, domanda: Quali gli strumenti a sua disposizione?  Un pialletto dalla lama consunta, un vecchio scalpello ed una sgorbia più vecchia dello scalpello. Ovviamente, a suo parere, altrettanto importanti  sarebbero la  preghiera e la penitenza. Particolarmente da quanto avevano iniziato a dirgli  che le sue opere erano miracolose,  frate Umile non iniziava un lavoro  che non fosse iniziato  un periodo  di digiuno.

Ritornava nella propria cella dopo lunghe ore proprio dal laboratorio quando accade un fatto prodigioso. Era una notte fredda di pioggia e  gli parve di sentire bussare.  Con quel tempo ed a quell’ora, chi poteva essere ancora per strada? Aprire il portone e trovarsi fra le braccia un mendico  consumato dalla fatica e dalla febbre fu la stessa cosa. Subito ma non senza fatica,  riuscì a portarlo vicino al caminetto e, chiesto il permesso del Guardiano accorso per l’inaspettata visita, gli procurò qualcosa da mangiare. La cosa più veloce che riuscì a porgergli, non senza preoccupazione,   fu una grossa fetta di pane su cui aveva sparso dell’olio di oliva  accompagnato da un buon bicchiere di vino che, insieme al fuoco riacceso nel focolare, l’avrebbe riscaldato. Anche in quel periodo storico, infatti,  la Calabria era attraversata da nuove proteste popolari ed il rischio che l’ospite fosse  un brigante era alto.

A causa delle proteste dei braccianti,  erano numerose le persone che si davano alla macchia e non era consigliabile spalancare di notte ed ad uno sconosciuto le porte di un convento,  ma come frate Umile sapeva, anche nella vita di un Fraticello c’erano e ci sono  dei momenti in cui la prudenza è una virtù anti Cristiana; probabilmente   diabolica almeno  quanto il “si è fatto sempre così!”.

 Quando gli mise nelle mani il pane ed il vino, il mendicante di cui non sapeva neppure il nome,ebbe un sussulto di lucidità che frate Umile riconobbe nella lucidità dei suoi occhi. Segnatosi con la croce prima di mangiare il pane,  l’aveva baciato.  Poi sazio cadde in un sonno profondo quanto nervoso; in cui il riposo ristoratore  veniva disturbato dall’agitazione della febbre.  Per alcuni giorni fu inutile tentare di capire qualcosa dai suoi vaneggiamenti. Finite le sue incombenze, frate Umile era al suo capezzale: ad  ascoltare le sue parole sconnesse, a stringergli fra le sue le mani per dargli fiducia.

“Mi avete accolto senza sapere chi sono e ti stai prendendo cura di me – disse in un momento di lucidità al Frate – e potrei essere un delinquente. Perché questo?”. “Bussate e vi sarà aperto c’è scritto nel Vangelo e tu hai bussato alla  porta di questo convento che, secondo noi,  neppure ci appartiene.  Quello che ti stiamo dando è parte do quella carità della gente che dalle nostre mani deve solo passare”. “E se fossi un malvagio?”. “Anche se tu lo fossi, nelle condizioni in cui ti trovi, dovremmo comunque prenderci cura di te; ma solitamente i cattivi non si riducono in questo modo: ci fanno ridurre gli altri”. Anche questo breve dialogo aveva dato forza al malato.

Bruno non era nato brigante e, come aveva capito frate Umile, neppure con la propensione a far del male a qualcuno. Eppure quando il proprietario della terra in cui lavorava iniziò a insidiargli Teresa, la giovane moglie, ed alle sue pacate parole aveva risposto col sarcasmo di chi si sente padrone dell’universo intero, aveva perduto il controllo e l’aveva strattonato. Che colpa ne aveva se cadendo malamente aveva urtato la testa su una pietra ed era morto? Preso dal panico si era dato alla macchia, unendosi ad un gruppo di fuggitivi che da tempo vivevano nei boschi, senza neppure interessarsi dei loro trascorsi e delle loro attività.

Quando mancavano per lunghe giornate dal loro rifugio, lui aspettava che tornassero riassettando i locali di fortuna e preparando qualcosa di cotto. Capendo che non avrebbero potuto chiedergli altro,  ai suoi compagni questi suoi servigi erano bastati. Quando, però, era morta sua madre ed aveva fatto ritorno in paese qualcuno aveva segnalato la sua presenza alle Forze dell’Ordine ed un’altra volta, notte facendo, aveva ripreso la vita nei boschi. Per paura che la sua ricerca avesse messo i Gendarmi  anche sulle loro trace,  i compagni  gli avevano chiesto di separarsi da loro e lui era caduto dal panico. Quando aveva bussato al convento erano più giorni che correva nei boschi, febbricitante e digiuno.

Il lavoro sul Crocefisso era fermo da tempo. La questua e le cure di Bruno che iniziava a stare meglio ed a confidarsi con lui riempivano le giornate di frate Umile che, dal primo giorno del suo impegno da scultore, da religioso si era dato un imperativo categorico: prima i “Cristi di Carne” che quelli di legno. In quel periodo, d’altronde, Bruno non era l’unico  “Cristo  di Carne”  che godevano della sua amicizia. Fra questi   alcune famiglie talmente povere da affidare quasi tutte le proprie speranze di qualcosa che assomigliasse ad un pasto  alla sua questua.

 La sua “vertula”, la sacca tipica dei contadini  calabresi, prima del suo rientro al convento, si riempiva e svuotava più volte. I Superiori si erano resi conto di questo, ma come pretendere da lui  un atteggiamento diverso? Frate Umile ne faceva  addirittura un problema di coscienza e, nonostante la sera rincasava stanchissimo, nessuno aveva la forza di rimproverarlo; tanto , lui avrebbe reagito sempre allo stesso modo a quel tipo di richiamo: mortificandosi sino alle lacrime innanzi ai Superiori, ma poi  richiudendosi nel suo silenzio ed in quei  ricordi che da tempi immemori lo  maceravano.

Oltre tutto, lo sapevano tutti:  alla prima occasione, la “pia disobbedienza”   sarebbe avvenuta  come sempre. Dinnanzi al primo povero seduto a qualche crocicchio, quasi vergognandosi di quel poco  che aveva sino ad allora raccolto,  il Fraticello gli avrebbe svuotato la propria bisaccia  fra le mani. Anche i colloqui con Bruno  gli davano l’impressione di servire a qualcosa.

Il ramingo che non era riuscito a diventare brigante,  nonostante fosse sulla buona strada dell’amoralità e del vizio,  ogni ora che passava con frate Umile  prendeva una maggiore stima di sé. Quando non era in chiesa era nell’orto. Ora a potare qualche albero, ora per rivoltare la terra in attesa della primavera. Anche per questo suo utile impegno, nessuno gli aveva mai chiesto chi fosse o quando sarebbe andato via. Oltre tutto, in quello che faceva, c’era della spiritualità.

“La terra è una grande madre e le dobbiamo rispetto!” disse un giorno a frate Umile. “Hai mai pensato che dalla semina di novembre alla mietitura di luglio passano esattamente nove mesi,  proprio quanto una gravidanza? Proprio per questo il grano è il più umano dei frutti e forse  il buon Gesù ha scelto proprio un pezzo di pane per regalarci sè stesso?”.

 Comunque, il nuovo Crocefisso aveva iniziato a prendere forma. Mancava anche questa volta la parte più difficile del suo lavoro, ma anche questa volta ne era sicuro:  i suoi santi Angeli avrebbero sostituito le sue povere e dolenti mani. Da solo non ce l’avrebbe mai fatta: come disegnare con i suoi poveri strumenti quelle labbra che avevano parlato di Dio sulle rive di Tiberiade ed ancor di più quegli occhi che avevano guardato la Madonna, perdonato la Maddalena ed amato l’infedele Pietro dopo che questi  aveva negato di conoscerlo nel cortile del Sinedrio? No, questa volta almeno, dalle sue dita contorte dall’artrosi  nessuno avrebbe potuto pretendere nulla oltre a quello che aveva già fatto.

 “Gesù mio, con quelle funi come reo, chi ti legò?     Gesù mio, perdon, pietà.       Gesù mio, la bella faccia. chi crudele  ti schiaffeggiò?            Sono stati i miei peccati, Gesù mio, perdon pietà”.    Una di quelle notti di marzo, fra  le prime che nella vallata già  si avvertiva il profumo una primavera non ancora arrivata ma vicina,  frate Umile fece uno strano sogno.

In una  cittadina che non conosceva, ma certamente di quella Calabria, un serpentone di popolo attraversava le strade battendosi il petto,  fra preghiere e canti. Il corteo circondato di gente era composto da 11 fedeli in tunica e cappuccio viola, con una corona di spine sul capo ed una croce di legno sulle spalle. Un’altro di loro, anch’esso scalzo ma con un saio e cappuccio rosso ed una croce ancora più grande sulle spalle, incoronato di spine, rappresentava il Cristo che saliva al Golgota accompagnato dagli Apostoli rimastigli fedeli.

 Quando le case del borgo finirono, la processione continuò nella campagna. Il percorso su un selciato di pietra scendeva in una valle per attraversare un fiume. Quasi all’altezza del ponte, presso una fontana che sgorgava da una pietra i fedeli si fermarono per riposarsi e rinfrescarsi. Anche il Cristo si fermò e fece segno a frà Umile di avvicinarsi. Quando questo fu abbastanza vicino, il penitente di rosso vestito ai tolse il cappuccio: aveva il volto di Bruno e gli sorrideva con affetto. Invece di tranquillizzarsi, il Fraticello si svegliò impaurito e tremante.

Aveva pensato a quel sogno per tutta la giornata, senza riuscire ad interpretarne il messaggio. Al rientro dalla questua, in serata, un’altra sorpresa sconvolgente: Bruno era sparito. Introvabile,  non era nell’orto, non era nel chiosco e neppure nella chiesa o nella sala dell’ampio focolare in cui, in quella fredda notte di pioggia l’aveva conosciuto ed iniziato ad accudirlo. Nessuno degli altri Frati aveva un messaggio per lui o sapeva  quando fosse partito.

“Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”. Il mercoledì delle ceneri era passato da poco e dopo decenni di vita religiosa, fu proprio allora che frà Umile ne assaporò davvero il significato. Per quel forestiero sconosciuto si era sacrificato  e lo aveva assistito. Aveva diviso con lui il proprio pane  ed il proprio tempo.

 Lo aveva vegliato nelle notti di febbre. D’un tratto, aveva deciso di andarsene e neppure la necessità di ringraziarlo aveva sentito? E lui perchè si meravigliava? Non sapeva di essere un “servo inutile”?  Per nascondere anche ai confratelli l’ amarezza di cui sentiva tutto il peso, salì nella cella e là un’altra sorpresa. Qualcuno, aveva poggiato sul tavolino, su un bianco tovagliolo un abbondante pezzo di pane ed un bicchiere, rosso,  di vino. Il pane addirittura, era stato condito non solo con dell’olio ma pure con dello zucchero come quello che, sua madre, gli porgeva quand’era bambino.

 Commosso dall’inattesa riconoscenza che non si era aspettata, inquieto come non mai, frate Umile scese nel laboratorio e qua una terza scoperta, più sconvolgente delle precedenti. Il “suo” Crocefisso era stato ultimato con sante fattezze ed un viso perfetto. Sotto l’occhio sinistro un livido viola e nel ciglio destro una spina conficcata. Eppure il suo sguardo era sereno. “Sono anni che credi di scolpirmi – parve dirgli – ed invece sono io che con acqua e terra ti ho impastato sto ancora scolpendo te, ma  ancora non ti ho completato. Non temere: Quando sarai pronto, verrai da me. Adesso quieta i singhiozzi e stai calmo. E prova a volerti un po’ del bene che io ti voglio!”.

Francesco Rizza

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp