Espulsione Shalabayeva : assolto Renato Cortese.

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“Il Fatto non sussiste”! Dopo quasi dieci ore di camera di consiglio, la corte d’appello di Perugia ha assolto i sette imputati per l’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, e la figlia Alua. Il collegio, presieduto da Paolo Micheli, ha deciso che “il fatto non sussiste” per il capo dell’ufficio immigrazione della questura di Roma, Maurizio Improta, con i suoi funzionari Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, il capo della Mobile, Renato Cortese, i funzionari dello stesso ufficio, Luca Armeni e Francesco Stampacchia, e il giudice di pace Stefania Lavore.

È la soddisfazione nel Crotonese e particolarmente a Santa Severina dove ha vissuto sino alla maturità classica ed è spesso ritornato Renato Cortese è il super poliziotto entrato nella storia della lotta alla mafia per aver arrestato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, dopo 40 anni di latitanza, e per aver guidato molte delle più importanti indagini degli ultimi decenni contro i boss siciliani delle stragi, la ‘ndrangheta calabrese, i clan della camorra e le più potenti organizzazioni criminali romane.

Fin dalle prime battute, il caso finito con l’assoluzione a formula piena in appello era apparso molto controverso e riguarda l’espulsione di Alma Shalabayeva, una ricchissima signora kazaka che nel 2013 fu rimandata in patria dalla polizia italiana, che era intervenuta su richiesta dell’Interpol per arrestare suo marito, l’ex banchiere Mukhtar Ablyazov, ricercato dopo diverse condanne per essersi impadronito di denaro pubblico per cifre colossali, che è sfuggito alla cattura ed è tuttora libero. Nella prima fase del processo, il Tribunale di Perugia ha giudicato illegittima l’espulsione della moglie e l’ha parificata a un sequestro di persona, paragonandolo alle operazioni segrete di “extraordinary rendition” eseguite clandestinamente dalla Cia dopo l’11 settembre.

Nel processo d’appello in corso a Perugia hanno testimoniato per la prima volta, per decisione della Corte, anche i magistrati della Procura di Roma che il tribunale umbro aveva ritenuto ingannati dalla polizia, rifiutandosi però di chiamarli a deporre. L’allora procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, in particolare, ha dichiarato sotto giuramento che Cortese non lo ha mai ingannato e ha confermato che la signora Shalabayeva usava in Italia un nome falso, che il passaporto centrafricano da lei esibito era «grossolanamente falsificato. Non ho ancora capito perché la signora e i suoi legali non hanno mai presentato una domanda scritta per avere asilo politico in Italia”.
Francesco Rizza

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