Editi da Laterza i “Racconti di Fiume e di Lago” di Filippo Falbo. A cura di Luigi Capozza.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

La vita spesso porta lontano perfino da se stessi, avvolgendo in sogni le speranze, i desideri, gli sguardi all’orizzonte in cerca di una possibile e feconda esistenza. E così ci porta lontani in luoghi, tempi, esperienze che rischiano di non appartenere alla storia della nostra identità, alla concezione del mondo (la Weltanschauung, più precisamente) della Comunità alla quale da secoli ciascuno di noi appartiene. E ciò provoca dolore e nostalgia per la patria abbandonata. Dopo tanti anni, Filippo Falbo, nato a Mesoraca, in provincia di Crotone, ma residente a Torino, uno dei più grandi poeti del ‘900 e di oggi, ritorna alla prosa ed eleva il racconto ad una dimensione universale. Già con Bellavista di Acetara, fin dal 1991, fu questo il giudizio, quello di grande prosatore, espresso da Giorgio Barberi Squarotti, il grande accademico e critico torinese: «Bellavista di Acetaraè un’opera singolare, un romanzo veramente raro nella nostra narrativa … del Novecento  …  si attinge un culmine assoluto di originalità d’invenzione narrativa … un ritmo di poema eroicomico di grandiosa vivacità beffarda … [Falbo è] un cantore di gesta … Di Falbo è la copertina di Bellavista di Acetara, “poiché è anche bravo e originale pittore e scultore, evocatore e affascinante” ». Italo Calvino, prima di morire, pensò seriamente di suggerirne la pubblicazione alle “sue” Case Editrici.  Un suo racconto fu inserito dall’Editore Pellegrini di Cosenza in un volume di narrativa per la scuola.

Gode Filippo di antica e costante Amicizia con Gianni Vattimo. Su una sua raccolta di versi è stata discussa una tesi di laurea, relatore il prof. Donato Pirovano ed è in attesa della pubblicazione di cento sonetti in dialetto, sempre da parte di Laterza; sonetti apprezzati perfino dal piemontese Gianluigi Beccaria, famoso e accreditato linguista, critico letterario, accademico. Ha pubblicato la traduzione di tutte le favole di Fedro in endecasillabi e rima, traduzione giudicata tra le migliori in circolazione. Il suo commento su “L’infinito” di Leopardi compare sulla rivista Astolfodell’università di Torino, mentre lo scritto Il passero solitarioè presente sulla Rivista semestrale di cultura “Campi immaginabili” della Rubbettino. “L’uso del colore nei Canti Orfici di Dino Campana”, oggetto della sua tesi di laurea, e stato inserito come saggio dal titolo Campana pittorenella miscellanea E ‘nguisa d’eco i detti e le paroleche l’Università di Torino ha dedicato a Giorgio Barberi Squarotti. Con Racconti di fiume e di lago, Filippo Falbo arriva narrare in modo grandioso il faro e la luce della civiltà e della cultura calabro-mediterranee; faro che fece splendere l’Europa e tanta parte del mondo, “dove – come Falbo verseggia – non passa inutile né cade / … ombra né raggio, e … il cristallo del dirotto fiume / tra smeraldi di muschio …”.

I Racconti su un Sud come luogo privilegiato di una indimenticabile Weltanschauung, che lega la forza della memoria e il senso della perdita della propria infanzia elevate a simbolo universale della “faccia” drammatica della vita e della morte, della precarietà e della fragilità dell’esistenza, che la nostra epoca – figlia, direbbero i vangeli,  di mammona e di nuovi spietati poteri – sembra voler legittimare come condizione “naturale” e irreversibile, se non addirittura come portatore di nuove e “magnifiche sorti e  progressive”. È così che la memoria, il recupero di ciò che s’era nascosto nell’inconscio con una scrittura e una terminologia reinventata nei significati in modo quasi surreale diventano la resilienza più forte, e diremmo inscalfibile, di veri valori e di autentica concezione del mondo. Tutti, ma soprattutto alcuni racconti, ne sono limpida e adamantina testimonianza. L’Ulivo, per esempio, nel quale la figura di “zio Benio” esprime la gratuità e l’accettazione serena di un’esistenza priva di qualsiasi proprietà che non fosse un albero d’ulivo, che simboleggiava il suo starsene “tutto alla luce”. Emigrato di ritorno e messo da parte dalla moglie Rafelina all’apparenza ormai distante da lui come fosse un oggetto da buttar via un giorno o l’altro, proprio lei invece, alla morte del marito, riserverà all’ulivo, prima deriso, “maggiori riguardi … come fosse un ceppo di rose; in  più, il gesto assumeva  un carattere religioso; talvolta la si vedeva parlare” (mentre lo concimava). Ecco, della civiltà mediterranea prima o poi, grazie soprattutto a Falbo, ritorna “tutto alla luce”.

Certo, L’ulivoè racconto totalmente inventato, ma, nello spirito, rimanda, come non è difficile intuire, alle coppie di nonni paterni, o materni d’un tempo. E sono “tutto alla luce”, nei Racconti, la vita, i personaggi, i valori, la cultura, la condizione storica e umana, le psicologie, le abitudini, tutto, insomma, di una civiltà di “luce” talmente antica, che non è possibile dimenticare, nonostante, per tante vicende storiche, sia stata ed è considerata antiquato e sociologico folklore (qualcuno, come il Lombroso, la classificò con dispregio come un’etnia cavernicola). Il libro si chiude con il racconto Il Presepe. Tutto vi è descritto in cinque pagine e mezza, dai valori originari della nostra civiltà alla società contemporanea, come denuncia dell’umanità perduta ma che ancora rivive in certe realtà, all’apparenza lontane dalle origini del poeta scrittore, e invece “volata” all’altro capo d’Italia, come possibile segnale di una rinascita: “Pareva che al Natale – scrive -, volata dall’alto dei mondi per fondare la società religiosa, fosse stata affidata l’incombenza di aprire l’apoteosi di quella civile, e che non riuscisse a farlo se non ricorrendo a un faticosa delirio di un impasto tra evocazioni locali e folto luccichio di baracconi”. E infatti il racconto si apre con “La città era pronta – a festeggiare, si fa per dire, il Natale – per scongiurare la catastrofe commerciale dell’anno precedente”.

 Non fosse stato per un barbone alla ricerca di un posto dove stare e che, imbattutosi negli scatoloni pronti per la preparazione del presepe nella piazza, aveva scoperto l’enorme bambinello a cui si era abbracciato addormentandosi, il prete, pronto al “brutto discorso di repertorio” “principiò una bella omelia”, finalmente ricordandosi dell’autentico significato millenario del presepe, e disse alla folla arrabbiata contro il barbone: «Verità e rappresentazione. Non vi paiono parenti stretti questi due? Prima lo capiremo, meglio è, se no Quello lì un anno o l’altro, ci smonta la baracca e, pur di far posto ad uno soltanto, se ne va a dormire sulla croce». E quindi non ci sarà resurrezione. “Resurrezione” della civiltà autentica, che da millenni per noi è quella greco-ebraica, da cui deriva la cristiana. Il presepe di cui scrive Falbo è sì quello di Piazza Duomo a Como, ma la cui descrizione evoca l’universalità dello spirito meridionale, anche perché la prosecuzione dei lavori di quella chiesa fu finanziata da Cicco Simonetta di Caccuri, chiamato per le sue alte competenze da quel paese della Calabria  dal duca Francesco Sforza e reggeva lo stato di Milano. All’esterno del Duomo compare infatti effige proprio del nostro Cicco. Simonetta firmò anche il finanziamento per la prosecuzione dei lavori del duomo di Milano e fu l’autore del primo Trattato Diplomatico d’Europa.  Si rispecchia, insomma, in Falbo, tutta intera la grande tradizione mediterranea della cultura, da Omero a Pindaro all’astratto furore di Vittorini, al gusto dell’intreccio (leggere con attenzione il bellissimo racconto La gonna, per esempio) a Strati. Con Falbo finalmente viene eliminata ogni falsità e si apre la verità, la via d’uscita per il recupero dell’autenticità. Siamo fuori, però, dal Verismo puramente nostalgico e disperato, cronachistico e piagnone. Siamo in una dimensione rivoluzionaria della letteratura italiana, e non solo. E tuttavia forse l’altro grande merito di Falbo per esprimere l’amore per la sua terra sta nel linguaggio che egli “inventa”. La sua lingua è un italiano finalmente mostrato in tutte le sue qualità e possibilità di grande lingua, nella quale scopre, o riscopre, tutti i significati che attengono anche ad una singola parola o che ritrova nel contesto di una frase, di un dialogo, di una descrizione; un linguaggio alto, quasi “magico”.

Una lingua che estrinseca un “supremo agio del discorso” senza precedenti, anche a voler ricordare un Bacchelli, barocco e totalmente ricostruito nell’apparente semplicità, o un Gadda troppo raffinato nei suoi dialettismi, o un Pasolini troppo costruito e sensuale. Quella di Falbo è una lingua piena di “scoperte” sintattiche e lessicali, piena di echi e di richiami e che perciò rimanda non alla semplice nostalgia di una patria, bensì a significati universali e davvero secolari. È una lingua che scardina la banalità e la sciattezza di tante attuali pubblicazioni. Quella di Falbo evoca metafore, a volte in un solo vocabolo, arma letale contro il conformismo linguistico, è contemplativa e tagliente. Siamo veramente in una dimensione rivoluzionaria (nel senso etimologico di “volgere indietro, ritornare” all’autenticità e alla ricchezza di significato e di senso) della letteratura italiana.

Egli, insomma, sembra il logico prodotto dell’imponente contributo calabrese, direbbe il compianto Pasquino Crupi, alla cultura italiana, anche se un malinteso meridionalismo e, ancor più, un malinteso settentrionalismo sembrano attribuire ad un brutale destino l’essere nati in Meridione. Dimenticando proditoriamente che anche la grande filosofia italiana è nata pressoché tutta nel meridionale con, per citarne  solo qualcuno, Gioacchino da Fiore, San Tommaso, Telesio, Bruno e Campanella, Vico e Galluppi, Croce e Gentile, e che i più grandi scienziati e intellettuali annoverano numerosi calabresi e meridionali, da Archimede a Lilio a Dulbecco agli inventori della moderna medicina a partire da Alcmeone a Ruggiero di Fugaldo e Bruno di Longobucco, per la chirurgia, definitivamente rivoluzionata da Vincenzo Vianeo, da Ursone di Calabria ai fratelli Pietro e Paolo Vianeo, inventori della chirurgia plastica; da Alfredo Focà al luminare della chirurgia toracica Francesco Crucitti a Carlo De Lellis. Dall’ideatore del diritto e delle costituzioni moderni e contemporanei, Zaleuco Epizefiri, al grande filosofo-giurista Felice Battaglia, agli inventori della musica moderna come Leonardo Vinci, Francesco Cilea e Alfonso Rendano. Nella Chiesa di San Marco a Seminara è custodita una delle opere d’arte più preziose del Rinascimento, la Madonna degli Angeli del Gagini, le cui opere sono anche presenti in tante chiese proprio da Mesoraca a Soverato.

Luigi  Capozza

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp