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IL 25 aprile del 1987, giorno di San Marco, è avvenuta l’ordinazione sacerdotale di Mons. Serafino Parisi nella concattedrale di Santa Severina, diocesi di origine del presule. Questa data non è solo un riferimento cronologico, ma una chiave interpretativa del suo intero percorso umano ed ecclesiale. Il 25 Aprile, in Italia, è la festa della Liberazione: memoria civile di rinascita, di passaggio da un tempo di oppressione a uno di libertà. Che l’ordinazione sacerdotale coincida proprio con questa data introduce, anche simbolicamente, una suggestione forte: il ministero come servizio alla liberazione integrale della persona, non solo spirituale ma anche storica e sociale. Senza forzare il parallelismo, è possibile intravedere una consonanza tra questa memoria civile e l’orizzonte cristiano del sacerdozio: annunciare il Vangelo significa, in fondo, partecipare a un’opera di liberazione, che passa attraverso la coscienza, le relazioni, la giustizia. L’ordinazione del 1987 si colloca in una fase particolare della Chiesa post-conciliare. Sono gli anni in cui l’eredità del Concilio Vaticano II continua a essere recepita, discussa, talvolta reinterpretata. La tensione tra rinnovamento e continuità è ancora viva, e plasma la formazione di una generazione di sacerdoti chiamati a confrontarsi con un mondo in rapido cambiamento. Per un giovane presbitero come Parisi, questo significa entrare nel ministero in un tempo non stabilizzato, dove la figura del sacerdote non è più semplicemente data per scontata, ma deve essere ripensata nel suo rapporto con la cultura contemporanea. Inserire questa data nella biografia di Mons. Parisi significa riconoscere che la sua vocazione non nasce in astratto, ma dentro coordinate storiche precise. Il sacerdozio ricevuto nel 1987 attraversa poi decenni segnati da trasformazioni profonde: secolarizzazione crescente, mutamenti sociali, nuove forme di povertà e nuove domande di senso. In questo quadro, il suo percorso che lo porterà fino all’episcopato nella diocesi di Lamezia Terme può essere letto come un continuo tentativo di tenere insieme due esigenze: la fedeltà al deposito della fede e la necessità di renderlo intelligibile nel presente. Se si volesse raccontare narrativamente la sua storia, il 25 aprile 1987 apparirebbe come una scena iniziale: un giovane che pronuncia il suo “sì” in un contesto liturgico solenne, ma anche immerso in una storia più ampia, civile ed ecclesiale. Da lì, il racconto si sviluppa attraverso incontri, studio, insegnamento, responsabilità crescenti, fino al ministero episcopale. Ogni anniversario di quell’ordinazione e in particolare quelli più significativi non è solo memoria, ma rilettura: cosa è rimasto di quel “sì”? Come si è trasformato? In quali forme si è incarnato? Dal punto di vista teologico, l’ordinazione segna un evento ontologico: configura il presbitero a Cristo in modo permanente. Ma dal punto di vista esistenziale e filosofico, essa apre un processo: una libertà che deve continuamente confermarsi, una responsabilità che cresce nel tempo. Nel caso di Mons. Parisi, questi quarant’anni di ministero mostrano come un atto iniziale datato 25 aprile 1987 non resti confinato nel passato, ma continui a generare significato nel presente. Quella data, dunque, non è solo un punto di partenza biografico. È una lente attraverso cui leggere un’intera esistenza sacerdotale: un giorno che contiene, in forma germinale, tutto ciò che verrà. E forse è proprio questo il senso più profondo di ogni ordinazione: non un traguardo, ma un inizio che chiede di essere continuamente abitato, interpretato, rinnovato.
Rita Antonella Cardamone
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