Crotonese dalla scorsa memoria. Giorno 6 settembre, la giornata della cultura ebraica sarà scarsamente ricordata.

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Si svolgerà  domenica 6 settembre 2020 la ventunesima Giornata Europea della Cultura Ebraica. Si tratta di una manifestazione voluta, anche quest’ anno, per  scoprire o riscoprire storia, luoghi e tradizioni ebraiche in trentadue Paesi europei e in oltre novanta località italiane diffuse in sedici regioni, da nord a sud alle isole. Capofila per l’Italia, per la prima volta, sarà Roma: dove si inaugurerà ufficialmente l’appuntamento annuale che invita a conoscere l’Italia ebraica, con centinaia di iniziative declinate quest’anno soprattutto in modalità digitale, e modulate per rispettare appieno la normativa in vigore.

Da quello che, almeno sino ad oggi è dato sapere poco o nulla è stato organizzato nella provincia di Crotone dove, dalla Costa all’ Entroterra silano, la presenza del “Popolo del Libro” fu davvero intesa. Nel corso dei secoli, anche nel Crotonese, la presenza ebraica non fu sempre facile.

“Agi inizi del Trecento  – scrive Pino Rende, responsabile dell’ Archivio storico crotonese” –

la ricca comunità crotonese, assieme a quelle di altri importanti centri calabresi come Rossano, Cosenza e Gerace, aveva dovuto subire le vessazioni degli esattori che avevano fatto man bassa dei beni degli ebrei, costringendoli a fornire prestazioni cui invece affermavano di non essere “assolutamente” tenuti”.

Ancora nel 1324 aggiunge lo Storico,  “re Roberto era intervenuto nei confronti degli ebrei di Crotone e di Rossano, acconsentendo che le loro sinagoghe fossero ripristinate all’uso originario mentre, nel 1328, per poter provvedere alle esigenze difensive del regno, aveva fatto applicare “una tassa straordinaria di 15 tarì per ogni ebreo maschio residente in Valle del Crati, in Terra Giordana e nel resto della Calabria”.  

In Calabria e nell’ intera Italia meridionale, gli Ebrei furono dichiarati indesiderati e costretti ad andarsene con un editto   pubblicato nell’ottobre 1541 dal vice re di Napoli Carlo V. Prima dell’Età aragonese (1442-1502) che fu il periodo più florido per gli Ebrei in Calabria – si pensi che in quest’età nella città di a Crotone su 450 fuochi, 58 erano d’origine ebrea –  un altro periodo certamente felice era stato quello della dominazione sveva.  Enrico IV e Federico II incoraggiarono, infatti, la presenza ebraica nel proprio regno, con la speranza di sfruttare le abilità economiche ed artigianali degli Ebrei che particolarmente nelle industrie della seta, delle canne da zucchero e della carta ottennero risultati dignitosissimi.

Tra il 1444 ed il 1447 anche gli Ebrei stanziati in Calabria ricevettero numerose concessioni da parte di Alfonso il Magnanimo che, oltre a concedere vari diritti per le Comunità ebree di Crotone, Cirò e Taverna, decretò che gli Ebrei di Tropea fossero equiparati, per il fisco, ai Cristiani. Sino ad allora, infatti, gli stessi Ebrei erano tenuti, nella cittadina tirrenica, ad una tassazione più ampia vessatoria di quella cui erano tenuti i Cristiani.

Se Crotone e Reggio, a causa dei loro importantissimi porti furono luoghi privilegiati per la presenza degli Ebrei, una loro nutrita presenza è attestata anche Cirò Marina dove, ancora oggi, è possibile ammirare oltre ai cosiddetti “Mercati saraceni”, altre tracce d’arte architettonica nel centro storico.

Per la cittadina di Strongoli, lo storico Salvatore Gallo sottolinea,  nel saggio Vecchio campanile che una delle più importanti testimonianze ebraiche nella cittadina jonica è rappresentata da una lapide del XV secolo ritrovata in contrada Catena nel 1954 nella cui epigrafe è scritto che questa è una lapide dell’illustre signore, maestro Leone medico figlio di Clemente morto nel 5201, 1441 dell’Era volgare. L’Eden sia il suo riposo”. 

Sempre il Gallo ritiene che il quartiere ebreo sia stato situato a Strongoli nei pressi dell’attuale via Zappone, un quartiere da sempre conosciuto col toponimo di Giudecca.  Ancora a Strongoli, nel 1872 fu stilato un atto notarile con cui, alla morte di Leonardo Giunti, i suoi figli ereditarono un fondo rustico denominato Giudeo”. 

Relativamente  a Santa SeverinaSiberene  rivista edita dall’Arcidiocesi fra il 1913 e 1927) offre  una descrizione abbastanza dettagliata di quello che fu il quartiere ebreo della cittadina si trova in un articolo di mons. Antonio Pujia. Infatti , con strada plana e scoscesa, cattiva d’inverno, si giunge in un luogo detto Fiera, da dove si prende una salita malagevole per salire a detta città, indi si giunge sotto la porta, dove v’è una conetta sopra un mottetto, volgarmente detto “Timpone dei Giudei”; poco più avanti vi si trova una strada, inselicata di pietra viva, per la quale si arriva alla porta della città”. L’articolista, dopo aver consultato vari  documenti dell’imponente Archivio diocesano, aggiunge che a Santa Severina esistette “un rione detto de li Giudei con sinagoga, officine e via”. 

Lo storico  Oreste Dito, nel saggio La storia calabrese e la dimora dei Giudei , ancora per Santa Severina osserva che nel 1308 la gabella della tintoria fu data in fitto a Matalluso giudeo per l’annuo canone di 8 tarì. Agli Ebrei poteva essere affidata una pubblica gabella e quel Matalluso giudeo ed i suoi correligionari dovevano, a Santa Severina, esercitare la tintoria ed avere non poca parte nel traffico della città”.  Della dominazione araba subita dalla cittadina, riportata nel tema bizantino da Niceforo Foca, fra l’885 ed l’886, restano oggi poche tracce  nella topografia cittadina, ma sono perfettamente riconoscibili e collegabili all’arte ifriquena nell’articolata merlatura coronante il noto castello recentemente ristrutturato.

La cittadina di Petilia Policastro ebbe anch’essa un importante presenza ebraica. Tracce architettoniche ebraiche ancora oggi sono riconoscibili per il proprio stile, come il portale della famiglia Ferrari attiguo alla chiesa madre di san Nicola pontefice caratterizzato dal proprio stile islamico poco lontano di quello che fu il quartiere giudeo; la cui pianta sembra essere stata “chiusa” dagli studi di alcuni ricercatori.

Altre tracce della presenza ebrea sono rappresentate da alcuni cognomi che, almeno fino agli anni ’30 dello scorso secolo, erano scritti in maniera diversa. Stiamo parlando del diffuso cognome Ierardi un tempo Jerardi e Mazzuca un tempo Mazzuka. La trasformazione di questi cognomi avvenne probabilmente nell’età del regime fascista quando divennero realtà anche in età le leggi razziali. Il quartiere ebreo fu collocato, quasi certamente nei pressi dell’antico complesso di santa Caterina di cui faceva parte l’antica sinagoga divenuta successivamente la chiesa di san Pietro apostolo, nei pressi di una delle porte cittadine ancora oggi denominata Porta giudaica”. La chiesa di san Pietro, costruita su pianta ottagonale, essendo stata sconsacrata da tempo, fu completamente inglobata nel palazzo comunale nel 1948 quando era sindaco il democristiano Luigi Carvelli.

Nell’Entroterra dell’alto Crotonese testimonia una fiorente lavorazione giudea di ceramiche,  databile al dominazione normanna, una coppa ritrovata a Caccuri artisticamente lavorata e raffigurante un gallo con alcuni nastri intorno al collo conservata nel Museo archeologico di Reggio Calabria. Si tratta di una raffinata opera risalente al XII secolo che gli studiosi collegano a qualche scuola di ceramisti siciliani d’ascendenza “iranico sasanide”.

Per la stessa area, ancora Pino Rende osserva come “la  dimestichezza degli ebrei nel trattare il denaro ed il fatto di essere particolarmente introdotti nei canali in cui questo fluiva alimentando la vita delle città, consentì loro di occupare un ambito privilegiato oltre che all’interno dell’economia di queste, anche nella struttura amministrativa del regno. L’antichità di questa presenza c’è testimoniata a Isola, dove l’esistenza del “palatium de judeis” posto nel luogo di transito dove si univano i due valloni “Magna Vena” e “Vena Vadi Lupi”, è testimoniata nel 1145 nel privilegio con cui il re Ruggero II confermò ed ampliò al vescovo della città Luca, i privilegi già concessi dal duca Ruggero”. 

“Alla esistenza di un “palatium” – aggiunge –  con una presenza ebraica, ovvero di un edificio rappresentativo del potere regio cui possono essere riconosciute funzioni fiscali fa riferimento anche il toponimo “Giudeca” che, agli inizi dell’Ottocento, compariva ancora in territorio di Savelli, sulla via pubblica presso il “fiume di Senapede”, lungo il percorso che, da Verzino, risaliva verso la Sila”.

Se si guarda ai tanti contributi dati all’economia calabrese – grazie, ma non solo, alla lavorazione ed al commercio della seta – ed alla storia artistica ed architettonica regionale, per le numerose sinagoghe trasformate nei secoli in chiese; non si può che condividere il pensiero di padre Francesco Russo che, nel saggio Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento”  – sottolinea che la decisione di Calo V e della sua corte di scacciare dal Regno di Napoli gli Ebrei fu inopportuna. 

Cacciando gli Ebrei dal Regno di Napoli – scrisse padre Russo nella sua “Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento”  –  non solo fu commesso un atto d’intolleranza mentre il Papa li accoglieva in Roma, ma hanno anche recato un colpo fatale all’economia d’Italia meridionale e della Calabria in particolare. Né per questo cessò lusura che fu esercitata dai Cristiani o sedicenti tali che non furono meno esosi e spietati degli Ebrei.  La Chiesa ancora una volta intervenne non solo per condannare l’usura, sotto qualsiasi pretesto si presentasse, ma ancora con l’istituzione e la protezione accordata ai Monti di pietà a favore dei meno ambienti”Francesco Rizza

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