COTRONEI – A ciascuno il suo – Cotronei e Steven Tyler dove l’opportunità diventa vergogna della comunità

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Ci sono luoghi che hanno la fortuna di essere attraversati, un giorno, da un’eco di grandezza. Non è detto che si tratti di un evento memorabile o di un progetto colossale; spesso basta un incontro, un’idea, una promessa. Cotronei, come tanti piccoli centri dell’Italia profonda, ha avuto la sua occasione. E come spesso accade, l’ha lasciata scivolare via — non tra le mani, ma tra le pieghe dell’indifferenza popolare, dell’ incapacità e della incompetenza amministrativa e dirigenziale.

Steven Tyler, voce leggendaria degli Aerosmith, è qui il simbolo di ciò che potremmo essere quando l’arte, la passione o il semplice talento bussano alla porta. La sua figura, carica di eccessi e autenticità, rappresenta la creatività che irrompe, l’energia che può rigenerare anche i luoghi più dimenticati. Ma la comunità, troppo spesso, non è pronta a riconoscere l’eccezionalità quando le passa accanto: si volta dall’altra parte, difende l’abitudine, teme il cambiamento.

“A ciascuno il suo”, scriveva Sciascia, denunciando l’ipocrisia di un mondo che confonde il diritto con il privilegio. E così anche oggi, dietro la facciata del “non si può fare”, del “non ci sono fondi” o del “non tocca a noi”, (e nel nostro caso le risorse c’erano) si consuma l’ennesima occasione perduta. La cultura — quella vera, che genera bellezza e responsabilità — non è un lusso per pochi, ma un investimento collettivo. Eppure, in troppi luoghi d’Italia, la progettualità pubblica si arena tra carte non firmate, spese non impegnate e proprietà mai acquisite, come se la burocrazia avesse più valore della visione.

La vergogna di una comunità non nasce dall’errore, ma dall’indifferenza. Quando un’idea che poteva diventare museo, teatro, o laboratorio d’arte resta solo un sogno sussurrato tra pochi, non è la crisi economica a colpire, ma quella morale. Perché ogni opportunità sprecata toglie voce al futuro.

E allora, forse, la lezione di Steven Tyler — l’urlo di chi ha trasformato la rabbia in musica — dovrebbe risuonare anche tra i vicoli di Cotronei: non serve essere rockstar per cambiare le cose, basta avere il coraggio di non restare fermi.

Perché la cultura, come la musica, è un atto di libertà. E la libertà, se non la si difende e non la si pratica, diventa solo un’eco lontano tra le montagne del silenzio.

Oggi la nostra comunità sta pagando un prezzo troppo alto — e forse, per molti versi, immeritato. Il fallimento evidente della cosa pubblica si riflette nell’impotenza di una parte del privato, generando un circolo vizioso in cui le energie migliori si disperdono. L’ente pubblico non deve sostituirsi al privato, e il privato non può supplire alle carenze del pubblico: devono, piuttosto, essere complementari, dialogare, condividere obiettivi e responsabilità.

Le strutture pubbliche, invece, somigliano troppo spesso a macchine obsolete e arrugginite, incapaci di rispondere alle esigenze del presente. Urge una riforma vera, profonda, che parta dalle fondamenta: dalla selezione di personale competente, dalla fine delle nomine basate su logiche partitiche e clientelari che svuotano di senso il merito e spingono i nostri cervelli migliori a cercare altrove la dignità professionale che qui non trovano.

Viviamo un tempo di transizione epocale — tecnologica, ambientale, culturale — eppure la macchina pubblica resta ancorata a modelli superati, più attenta alla forma che alla sostanza. In questo scenario, la gioventù, sempre più mortificata, è costretta a lasciare i luoghi d’origine, non solo per mancanza di lavoro, ma per la mancanza di visione: quella capacità, tutta politica e insieme umana, di immaginare il futuro e di costruire strumenti per realizzarlo.

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