Caritas e Cgil: “non lasciamo soli i migranti della Piana di Gioia Tauro!”

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 “Dopo anni di chiacchiere degli altri, noi passiamo dalle parole ai fatti”. Era stato questo, il twitt dell’allora ministro degli interni Matteo Salvini quando il 6 marzo 2019 a San Ferdinando di Gioia Tauro, alla presenza  di molti giornalisti e centinaia di poliziotti anti sommossa fu presidiato  il centro di accoglienza ospitante, allora come oggi, centinaia di migranti. Oltre alla pubblicità di allora, nulla sembra, però essere cambiato nello stesso centro che cgià nel 2017 aveva visto le ruspe al lavoro. Cambiato intanto  il Governo, possibile che non si riesca a trovare una soluzione che restituisca la dignità agli Ospiti dello stesso centro? Se non fosse per la Caritas diocesanadi Oppido Palmi guidata dal diacono Cecé Alampi ministro regionale dell’Ordine francescano calabrese che quotidianamente gestisce la mensa ed affianca gli stessi migranti per quanto è possibile, la situazione rimarrebbe nel proprio umiliante degrado. Una situazione impensabile nell’ Europa e nell’ Italia del 2020. “Nello sgombero della vecchia baraccopoli non c’era nessun un progetto, alcuna prospettiva futura – racconta Alampi – Oggi stiamo invece cercando di guardare oltre, attraverso il dialogo con gli ospiti, che sono i primi a desiderare una situazione abitativa diversa e più dignitosa. L’unica soluzione per loro è l’accoglienza diffusa, che si può fare solo  se si mettono in campo tutte le forze di questo territorio. Sarebbe un bene per tutti. Anche perché ogni paese della Piana ha bisogno della manodopera dei braccianti agricoli e degli operai edili, e ci sono moltissime case sfitte. Da mesi stiamo portando avanti questo progetto, ma abbiamo bisogno di sostegno dalle istituzioni”. “Quella che sta prendendo piede adesso è un’operazione molto diversa da quella che venne messa in atto nel 2019 -aggiunge Celeste Logiacco, segretaria generale della Cgil della Piana -. In quel caso fu un’azione di forza, fortemente politicizzata e mediatizzata dalla Lega e da Salvini. Finito lo sgombero, però, non venne pronunciata una sola parola su cosa sarebbe successo dopo, su dove sarebbero finiti i braccianti, sui diritti di questi lavoratori, sul loro sfruttamento. Questa volta, invece, si sta mettendo in atto uno smembramento progressivo, basato sul dialogo con i residenti, sulla mediazione con le forze di polizia e sulla programmazione. Senza troppi clamori. Ci stiamo lavorando da mesi, con la Questura, i sindaci e le associazioni del territorio, cercando di trovare insieme soluzioni abitative dignitose per tutti”. Lo sgombero ha portato finora all’abbattimento di 10 tende e alla rimozione di 7 container, in un periodo in cui le presenze nell’insediamento erano già notevolmente diminuite. Molti migranti s’erano infatti già spostati in Puglia, in Campania, nel Lazio o in Piemonte per seguire la stagione della raccolta. L’obiettivo ora è trovare un posto per tutti quelli che sono rimasti, puntando all’accoglienza diffusa”.                                                                                                                                          Da quello che è dato sapere, anche a causa della nuova legislazione,  lo  smantellamento si sarebbe è reso necessario alla luce del crescente degrado , visto il crescente stato di degrado in cui ormai si viveva tra le tende di San Ferdinando. Una situazione esplosiva, resa ancora più grave dall’emergenza sanitaria in corso, ci sono stati anche momenti di tensione. A ciò si aggiunge lo sfruttamento degli stessi migranti da parte del caporalato nel periodo della raccolta delle olive e degli agrumi, ma su questo aspetto la Lega salviniana non sembra interessata ad accendere nessun tipo di clamore. Nello scorso mese di giugno, il sindaco di San Ferdinando Andrea Tripodi ha sensibilizzato la Prefettura chiedendo la chiusura del centro. “La tendopoli ormai sopravviveva all’emergenza – spiegava – e andava fisiologicamente degradandosi. Non era più un luogo di crescita di consapevolezza, ma un ricettacolo di risentimento, un grumo di frustrazione. In breve, sono venute meno le ragioni sociali della sua esistenza. Quel luogo è ormai ridotto solo a uno spazio di contenimento di tensioni sociali e di un rischio sanitario pronto ad esplodere da un momento all’altro”. Il disinnesco di quella bomba sociale e sanitaria che era diventata la nuova tendopoli, quindi, appare solo come il primo passo verso un progetto di inclusione che non sarà facile raggiungere da queste parti. “Il dialogo tra istituzioni, forze di sicurezza, terzo settore e sindacato è fondamentale per trovare una soluzione per i braccianti di San Ferdinando – continua Vincenzo  Alampi -, senza però dimenticare che nella Piana ci sono almeno altri 60 o 70 insediamenti informali, in vecchie baracche o casolari abbandonati riadattati alla meglio, dove vivono non meno di altri 1.000 migranti”.  “É chiaro – aggiunge Celeste Logiacco – che le relazioni tra le forze sociali e istituzionali sono indispensabili per programmare un nuovo modello di accoglienza in un territorio come questo, ma non bastano. Da tempo chiediamo soluzioni di integrazione alternative e un’accoglienza diffusa attraverso politiche di promozione e sostegno socio-abitativo. Servono risposte concrete, serve sicurezza e dignità. Il comune di San Ferdinando e la Piana non possono essere lasciati soli”.

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