CALABRIA E LETTERATURA: Petrarchista e marchese libertino, la convulsa biografia di Galeazzo da Tarsia

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Fra i maggiori esponenti della letteratura calabrese nel periodo a cavallo fra l’Età aragonese ed il Vicereame spagnolo, s’inserisce la turbolenta e contraddittoria biografia di Galeazzo da Tarsia: barone di Belmonte nell’alto Jonio cosentino e fine letterato. “Ci sono voluti secoli – scrive Oreste Parise –per scandagliare il mondo della vita e della personalità di Galeazzo da Tarsia. Secondo l’ultima e definitiva ricostruzione della sua vita, basata su documenti autentici ritrovati negli archivi, siamo di fronte ad uno sdoppiamento di personalità come si può leggere in un’accurata e recente riedizione de “Il Canzoniere” curata da Pasquino Crupi e nella “Storia Della Letteratura Calabrese” di Antonio Piromalli”.


La sua turbolenta storia racconta che Galeazzo fu ucciso all’età di 33 anni nel 1553, nel corso di una rivolta anti feudale. Era nato a Napoli nel 1520 da Vincenzo e Caterina Persico nobildonna partenopea. A soli 10 anni, ereditò il feudo di Belmonte ed iniziò a vivere fra la stessa cittadina e la città di Cosenza. Ventunenne sposò Camilla Carafa, sorella del conte di Mandragole da cui ebbe una figlia di nome Giulia. A distanza di anni, purtroppo, rimase vedovo.


“Ebbe molte relazioni libertine – aggiunge Parise – usò ed abusò delle donne del suo feudo, fino allo stupro ed alla estrema, arrivando a mutilare vittime. Da una di queste relazioni ebbe una figlia, Claudiella, di cui non si hanno, fortunatamente per lei, altre notizie. Amò anche la nobildonna Colonna, più vecchia di lui di trent’anni, e nata a Marino nel 1490. Rimasta vedova di Ferrante d’ Andrea, morto nel 1525, vagò da contrada a contrada fino alla sua morte nel 1547 come scrive di lui Crupi”.


Gli Aragonesi, fin dal tempo di Alfonso il Magnanimo, tentarono di limitarne la prepotenza, con la pubblicazione di alcuni editti come il “De baronibus et eorum ufficis” del 1466 e con la fondazione del “Sacro Regio Collegio” che doveva controllare l’operato dei vari signori. Fin dal 1547, Galeazzo fu accusato di soprusi e violenze di vario genere macchiandosi, principalmente, di delitti sessuali e per gli stessi delitti, fu punito con pene alquanto miti, venendo trasferito a Napoli o esiliato a Lipari. Qui trascorse un breve confino, ma ritornato a Belmonte nel 1549, fu nuovamente accusato di nuove azioni che mise in campo, quasi a mo’ di rappresaglia, nei confronti della popolazione che lo accusava insieme ai fratelli Cola, Francesco, Tiberio ed ad altri “licenziosi e delinquenti”.


Ritornato nel proprio feudo, vi fu ucciso nel 1553. La sua vita, in fondo, può essere descritta dai versi del VI sonetto del suo Canzoniere: “tempestose sonanti e torbide onde / tranquille un tempo, già placide e chete / voi foste al viver mio simili e siete simili alle mie pene d’amor profonde”. Dal punto di vista letterario, contrariamente a quello che si potrebbe pensare partendo dalla sua biografia, la scelta di Galeazzo da Tarsia fu quella di collegarsi al “petrarchismo”, attraverso la lezione del classicista Pietro Bembo.


Il “petrarchismo” fu un fatto del costume poetico cinquecentesco. Ben presto, poeti satirici e commediografi resero popolare la cultura dei benpensanti che nella propria poetica riportarono i sospiri d’amore in versi dalla fattura petrarchesca. In questo scenario generale, la lirica originale e romantica di Galeazzo si esprime nei sonetti dedicati ai due grandi amori della sua vita: la moglie Camilla, schiva giovinetta rubatagli dalla morte ed a Vittoria Colonna che, come vedemmo, fu il suo secondo amore. In questi sonetti, Galeazzo descrive le sensazioni, le gioie ed i dolori di ogni innamorato manifestando con espressioni originali e virili la passione sensuale vissute nel desiderio passionale delle donne amate e di quelle possedute. Probabilmente per la dissolutezza della sua vita, per un lungo periodo dopo la sua morte, anche le sue poesie vennero dimenticato sino al Novecento quando, come dicemmo, fu possibile ricostruire almeno il suo “Canzoniere”.


Per un lungo tempo, fu conosciuto solo un suo sonetto inserito nella raccolta di rime in lode di Donna Giovanna Castriota stampata nel 1559, dove appariva anche una rima composizione del fratello Tiberio. Un primo nucleo dei suoi versi fu pubblicato solo nel 1607 da Giovambattista Basile, letterato e scrittore di corte cui si deve la prima raccolta in Europa di fiabe popolari, “Il Pentamerone. Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille”, scritto in napoletano, da cui sembra che trassero spunto i fratelli Grimm per racconti come “Cenerentola” e “La Bella Addormentata Nel Bosco”.

Dopo il Basile in tanti si occuparono, non sempre fortunatamente, di Galeazzo di Tarsia cercando il più delle volte di nascondere nei propri scritti la sua figura dietro quella di un suo avo omonimo citato dal Muratori, probabilmente il suo nonno paterno, un Galasso de Tarsia Cosentino che fu il barone che reggeva Belmonte nel 1510 come è attestato nel Sacro regio Collegio della Vicaria. Si trattava di un uomo molto stimato e che conosceva bene Tommaso Grammatico.


In uno dei primi sonetti di Galeazzo che furono pubblicati, il Poeta belmontese paragona la donna amata alla città di Roma e così scrive: “Roma, le palme tue ch’in marmi e in oro \roder non può del tempo invida lima, \ foran quasi di nulla, o in poca stima \ poste a lato a costei, ch’io sola adoro. \ Quelle fenno ombra dal sublime \ foro a l’Asia, a l’Afro et a l’Europa prima, \ questa d’un bel Diamante alza la cima \ ricca, del ciel nel più beato choro. \ Ella è pur tua, et non poteva altronde \ uscir, che da quel sasso almo e famoso \ che diede al fianco tuo l’altra colonna. \ Hor sorgi al primo honor, anzi che roso \ sia da gli anni il bel tronco e l’auree fronde, \ e tu del mondo, ella di te fia donna”.


In un altro sonetto, invece, l’amore per la donna è paragonato ad una piuma ed il Poeta scrive ”non così lieve piuma aere sereno, \ spalmato legno queta onda marina, \ rapido fiume che giù d’alpe inchina, \ o piè veloce nudo aperto seno \ solca, come il pensier che senza freno nel verde fondo del suo error dechina, \ né per aspro sentier, né per rovina \ od interposto monte unqua vien meno. \ Ma se va dietro al ver ch’a destra sorge, \ quasi augel senza piume o pigro verme, \ serra il camino un sasso, un sterpo solo. \ Tu dunque, almo Rettor, più salde e ferme \ penne mi presta al vero; a l’altre il volo \ tronca, ed apri la via ch’a te mi scorge”.
Francesco Rizza

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