Calabria artistica: Taverna e Mattia Preti

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Taverna è, secondo una mitica tradizione l’erede della polis greca Treis Chenè, fondata da coloni provenienti dalla Grecia in prossimità del mare Ionio. Si pensa che la città venne distrutta nel X secolo, nel corso di incursioni saracene che spinsero le popolazioni a ritirarsi nell’entroterra, in villaggi più riparati, sulle montagne. Sono ancora visibili i resti di un castello, di una torretta d’avvistamento e della cattedrale, sul monte Paramite di Taverna Vecchia, antica sede dell’Episcopio spostato da Callisto Papa II nel 1122, a Catanzaro.

 Il figlio più celebre di questa cittadina è Mattia Preti che se non è il migliore fra i pittori calabresi del XVII secolo, ne è certamente il più conosciuto. Per i colori e le forme delle sue opere, infatti, è definito nei manuali di storia dell’ arte come il Caravaggio Calabrese. “Visse una lunga vita, benedetta dalla fortuna e dal successo – scrisse l’allora assessore regionale alla cultura Mario Caligiuri nel n°17 “Il CalabrOne Speciale Taverna” – aggiunse tanta vita ai suoi giorni, nelle quasi 86 primavere, dopo essere stato acclamato dai principi e cardinali, prima a Roma, simbolo del potere imperiale e spirituale, poi a Napoli, allora terza capitale del mondo e infine a Mala secolare baluardo della cristianità dove morì nel 1699. Solo per un anno non contemplò quello più definito, forse con un po’ di strabismo il “secolo dei lumi”, sebbene di riflesso, tanta luce rifulse nella sua pittura.

Lasciò oltre 400 testimonianze della sua irripetibile arte proprio a Malta, dove insieme, fra gli altri, al gran maestro dell’Ordine Gregorio Carafa, principe di Roccella e so mentore, riposa nella con cattedrale di San Giovanni, sotto la splendida volta da lui dipinta, trentatré anni prima”. Oltre che nel Museo civico a lui dedicato, la maggior parte delle sue opere nella nativa Taverna sono conservate nella chiesa monumentale di San Domenico.

Alla sua costruzione monumentale, come si osserva nel portale del Comune tavernese, realizzata in tufo, era annesso il convento dei Domenicani, fondato nel XV secolo, danneggiato da un sisma nel 1662. Alla chiesa, ricostruita tra il 1670 e il 1680, vennero date forme barocche, ampliandola una navata laterale a sinistra, mentre 1794 venne ricostruito il campanile. Un nuovo restauro venne effettuato dopo il terremoto del 1905.

 Dei beni custoditi in San Domenico fanno parte 11 oli su tela di Mattia Preti tra cui: “Miracolo di San Francesco di Paola”, 1678; “Martirio di San Sebastiano”, 1687; “Madonna della Purità” realizzata insieme al fratello Gregorio, 1636; “Cristo fulminante”, 1680; “Eterno Padre”. Splendidi gli affreschi delle “Storie della vita di San Domenico” . Sono interessanti, nell’attiguo oratorio del SS: l’altare in legno scolpito (XVII secolo), il coro ligneo e gli affreschi e tempere su carta del XVII-XX secolo i “Misteri del Rosario” ed il corredo della sacrestia: un crocifisso ligneo, i paramenti in tessuti policromi lavorati, l’argenteria, un fondo librario che comprende i secoli dal XVI al XIX e gli arredi del XVII secolo in legno scolpito e dipinto.

Francesco Rizza

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