Breve viaggio nella storia filosofica dell’ Utopia: Platone e Gioacchino da Fiore (prima puntata).

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Utopia: termine che, coniato da Tommaso Moro per l’opera omonima, designa solitamente designa solitamente un ordinamento politico sociale  senza privilegi, abusi e ingiustizie”. Invece,  “con la denominazione introdotta da F. Engel di socialismo utopistico la letteratura marxisistica designa quelle dottrine riformatrici quali il sansimonismo, il fourierismo, le quali prospettano l’ordinamento futuro della società senza preoccuparsi di individuare le forze reali capaci di realizzare la trasformazione”. Definisce così il pensiero utopico il  “Dizionario di filosofia” edito  dalla Rizzoli.

  La necessità di  rifugiarsi  in un mondo ideale, più giusto e libero di quello reale, rappresenta un abbondante “trait d’union” fra periodi, luoghi e situazioni apparentemente diverse nella storia del   pensiero occidentale ed  assumono particolare importanza  in periodi di transizione come l’attuale,  in cui la crisi dei valori e di giustizia sociale  danno il meglio di sé  nella gestione della “cosa pubblica”.  Molto più pericolosa del rifugiarsi in realtà e mondi ideali è l’altrettanta diffusa reazione tipica dei periodi di crisi  del  qualunquismo e dell’ antipolitica che, lungi dal rappresentare una degenerazione   della politica contemporanea, hanno una lunga storia alle spalle provocando il più delle volte l’arrivo sulla scena politica di “uomini forti” e regimi totalitari.

 Contrapposta all’idea di “kronos”, che nel pensiero greco rappresentava il semplice trascorrere del tempo, è quella di “kairos” descrivente, invece, quel tempo  transitorio che, quasi in un percorso escatologico, è foriero di possibili  novità il più delle volte possibili. Collegata all’idea del “kairos” è quella della crisi, “krino” che sta a significare la capacità   di scegliere e di decidere. Una capacità, quest’ultima, propria degli uomini che ne sono connotati e differenziati dalle bestie.

“Anthropos, uomo – spiegava già ai sui tempi Platone nel Cratilo”  significa che, mentre gli altri animali non considerano ne ripensano ne anathousin (rielaborano) mai nulla di ciò che vedono; l’uomo, non appena ha visto, subito anathrei (riesamina) e riflette su ciò che ha visto. Donde a ragione fu nominato anathropos, cioè  anathron ha opope: che riesamina ciò che  ha visto”. 

 Contrariamente a quanto, però, si può pensare, come spiega R. Ryer “L’utopie et les utopies”   “non si può negare che l’utopia sociale anche se essa non ha sempre caratterizzato una felice azione sulla società e sulla coscienza sociale dei contemporanei, abbia avuto almeno un’azione sulla sociologia e sulla conoscenza sociologica. I primi utopisti greci  che hanno preceduto Platone sono stati i primi sociologi e, dopo, utopia e sociologia  sono state sempre molto legate perché l’utopia preparò con i suoi  personaggi e le sue deduzioni temerarie il lavoro più serio della sociologia”.

 Anche se preceduto da analoghe esigenze ed esperienze utopiche, è  Platone  a descrivere la prima   delle città ideali,  cui dedica il   mito di Atlantide cui sono dedicate alcune avvincenti pagine dei  dialoghi  “Timeo e “CriziaGià dalla descrizione geografica, è facile riconoscere nella stessa Atlantide uno stato ideale perfettamente contrapposto alla reale Atene dei tempi di Platone. L’isola ospitante lo stesso Stato –  su un territorio “più ampio della Libia e dell’Asia, insieme unite” – è posta al di là delle     Colonne d’Ercole e nel suo territorio convivono   10 diversi Stati guidati da altrettanti re.   

 E’  la “Lettera VII”, opera biografica per eccellenza fra quelle di Platone tanto da apparirne come un vero e proprio testamento ideale, a descrivere lo stato d’animo dello stesso filosofo che, dopo alcune esperienze giovanili nella stessa Atene ed alcuni pellegrinaggi a Siracusa aveva tentato di mettere le proprie idealità a disposizione della polis.   “Ecco di nuovo prendermi quella mia passione per la vita pubblica e politica; questa volta però fu un desiderio più pacato. Anche in quel momento di confusione si verificarono molti episodi vergognosi, ma non fa meraviglia che nelle rivoluzioni anche le vendette sui nemici siano molto più feroci. Tuttavia gli uomini che in quella circostanza tornarono al governo si comportarono con mitezza. Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, fra l’altro, di quello che meno di tutti si addiceva ad no come Socrate. Insomma, lo incriminarono per empietà, lo ritennero colpevole e lo uccisero; e pensare che proprio lui si era rifiutato di prender parte all’arresto illegale di uno dei loro amici, quando erano banditi dalla città e la malasorte li perseguitava. Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, quanto più, col passare degli anni, riflettevo, tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto”. 

 Lo  Stato ideale che Platone è quello che lo stesso descrive principalmente in una delle ultime opere scritte,   Repubblica”.  In questo Stato ideale che sarà preso come modello da numerosi pensatori successivi ed in cui viene descritto una delle prime società “comuniste”, la convivenza ideale è garantita dagli stessi filosofi che, dopo essere preparati mediante una particolare educazione, sono gli unici a gestire il potere. La stessa popolazione è divisa in tre  classi:   i magistrati, i guerrieri ed i produttori. Alle stesse tre classi corrispondono altrettanti tipi di anime, rispettivamente quelle della sapienza, della fortezza e della temperanza.

In un contesto storico ricco di fermenti socio politici come fu la fine del XII secolo, i sogni utopici di una nuova società arrivarono a minare la forza del Cristianesimo che visse una delle proprie età più difficili e piene di fermenti. In questo periodo di forti contrapposizioni,  s’inserisce il pensiero di Gioacchino da Fiore, celebre Abate calabrese, e della sua escatologia che tante tracce ha lasciato nella storia del pensiero successivo; attraverso la propria lettura trinitaria della storia ed il suo sogno di “cieli nuovi” e “terre nuove”. Quelli in cui visse lo stesso Abate calabrese furono degli anni di transizione caratterizzati da una pluralità di avvenimenti storici che facevano presagire cambiamenti epocali. Storicamente, il periodo non era fra i più facile e subiva numerosi fermenti.

Basta  basta pensare alle lunghe e sanguinose lotte fra l’Impero ed i Comuni,  quelle fra lo stesso Impero e la Chiesa cattolica, la caduta di Gerusalemme del 1187 con cui si infransero buona parte dei sogni tipicamente medievali. La Chiesa era attraversata al proprio interno da numerose ansie di rinnovamento che, il più delle volte, scaturirono nella nascita di alcune eresie alcune delle quali promosse da numerosi predicatori itineranti” che fecero della contestazione della ricchezza della Chiesa e della sua gerarchia  i temi  principali del proprio messaggio. Contrariamente a tutte le eresie del loro tempo, Gioachimismo  e  Francescanesimo pur volendo contribuire al cambiamento del Cristianesimo lo vollero fare dall’interno, senza contraddirne i dogmi, mantenendo   ferma la propria fedeltà al Papa ed alla gerarchia ecclesiastica. Entrambi i fondatori, oltre ad essere caratterizzati dal desiderio della povertà e  fra le altre cose  dalla comune contrarietà verso le Crociate,   finirono per distinguersi per la diversa lettura della storia. Il Santo d’Assisi, infatti, non sentì vicina quella “fine dei tempi” che fu parte essenziale del pensiero gioachimita.

Nella storia della Chiesa, l’Ordine florense fondato da Gioacchino da Fiore rappresenta un inasprimento della regola Cistercense ritornando quasi all’esempio di san Benedetto da Norcia ed ebbe un’ampia diffusione nell’Europa del suo tempio caratterizzata fra le altre cose da sanguinose lotte di potere quelle   fra la feudalità ecclesiastica e quella laica feudale guidate da Enrico IV in cui, secondo alcuni commentatori, si può riconoscere il “magnus tyrannus” descritto in numerose pagine di Gioacchino. In tale contesto, il sogno profetico gioachimita è quello di una “spiritualizzazione integrale” dell’universo che avrebbe a sua volta preceduto la nascita di una Ecclesia spiritualis”  in cui la Chiesa si sarebbe liberata da ogni mondanità ed in cui anche la gerarchia ed il clero sarebbero vissuti del lavoro delle proprie mani e dalle libere offerte dei fedeli.

 A tale sogno, Gioacchino arriva attraverso una lettura escatologica della storia ecclesiastica divisa nelle note tre età: quella del Padre, quella del Figlio e quella dello Spirito Santo. In tale ultima età che secondo i calcoli di Gioacchino avrebbe dovuto arrivare intorno al 1260,  il Cattolicesimo sarebbe stato guidato da un “Pastor Angelicus” vagheggiato da altri numerosi e noti pensatori del tempo come Ugo di Digne, Angelo Clareno, Umbertino da Casale. 

A precedere ed annunciare la terza età, secondo Gioacchino,   tre importanti segni che avrebbero cambiato il volto della stessa Chiesa: il ritorno dei Greci dissidenti all’interno della Chiesa cattolica, la conversione dei Giudei ed una violenta persecuzione nei confronti della stessa Chiesa da parte dell’Impero tedesco. Questo, quasi come una “nova Babylon” avrebbe rinnovato le turpi e nefande gesta dell’antica Babilonia accanendosi contro la “nuova Gerusalemme”.

A  queste tre età, sempre secondo Gioacchino da Fiore sarebbero corrisposti tre diversi ordini di persone:  “Il genere umano – scrive Gioacchino in Expositio in Apocalypsim” –  è uno nella sua specie, ma distinto come in una trinità di ordini. Il primo è quello dei coniugati, che fu creato ad immagine del Padre. Il secondo quello dei chierici, che venne istituito ad immagine del Figlio. Il terzo quello dei monaci, istituito a somiglianza dello Spirito Santo. L’Ordine dei coniugati, infatti, non deriva da alcuno ed è destinato alla procreazione dei figli. L’ordine dei chierici non è da se stesso, ma deriva per generazione dal solo ordine dei coniugati, né fu destinato a procreare figli, ma ad annunciare la parola di Dio come Gesù all’immagine del quale fu istituito. L’ordine dei monaci procede da entrambi, perché nella vita monastica sono ammessi sia i coniugati che i chierici”. Per quanto riguarda   influssi  di Gioacchino da Fiore  nel successivo pensiero filosofico e politico,  come osserva fra gli altri il sociologo Claudio Stroppa in “La Città degli Angeli – il sogno utopico di fra Gioacchino da Fiore” furono numerosi coloro che, nel corso dei secoli ed in località e situazioni diverse, attinsero a piene mani dal  pensiero dell’Abate calabrese.

 “Che fossero gesuiti, protestanti inglesi, millenaristi o socialisti francesi, si è evidenziata la testimonianza   della potenza di una visione di una società religiosa riformata, che nel contempo illustra le capacità metodologiche del concetto di tempi escatologici e prende coscienza  della realtà di una Chiesa “moderna” che nei secoli poi avrebbe provocato la reazione di Martin Lutero e la conseguente Controriforma. Gioacchino – spiega, però, Stroppa – non voleva provocare le divisioni all’interno della Chiesa proprio per la sua intrinseca religiosità ma la sia immagine di un Ordine di uomini religiosi che vivevano la vita in spartana santità finì, ad esempio, per essere irresistibile per l’ala radicale dei Francescani che la utilizzò per un ritorno all’significato dell’ideale di san Francesco d’Assisi”.

Francesco Rizza

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