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In una piccola via lastricata dal fascino antico, le opere di Giuseppe Lucà – originario di Petilia Policastro – dialogano con l’architettura vissuta del borgo e con la luce naturale che ne modella i contorni. L’allestimento non è un semplice espediente espositivo costituendo un museo a cielo aperto: diventa parte integrante della narrazione pittorica, quasi un ritorno alle origini del gesto creativo, quando il pittore usciva all’aria aperta per catturare l’istante. In questo contesto, le tele di Lucà assumono una vitalità particolare, sospese tra tradizione e ricerca stilistica. Nei dipinti di Giuseppe Lucà, presentati, si percepisce immediatamente un profondo radicamento nella pittura del paesaggio intesa come celebrazione della natura e delle sue atmosfere mutevoli. La sensibilità luministica, la costruzione attenta degli spazi e l’interesse per i toni stagionali collocano l’artista entro una tradizione che dialoga sia con il naturalismo ottocentesco sia con le rivoluzioni coloristiche di fine secolo. Le opere paesaggistiche presentate dalle vedute invernali alle strade alberate d’autunno rivelano un rapporto con la natura che trascende la mera rappresentazione. Come nei grandi paesaggisti dell’Ottocento, Lucà affida la composizione alla struttura degli elementi naturali: i filari di alberi guidano lo sguardo in profondità, la neve crea superfici luminose che riflettono la variabilità del cielo, mentre i colori autunnali definiscono atmosfere fugaci. Tuttavia, rispetto ai paesaggisti romantici tradizionali, la sua pittura non cerca il sublime, ma la memoria: luoghi che sembrano vissuti, familiari, quasi narrativi. La costruzione delle scene mostra un chiaro debito verso la lezione dei Macchiaioli, soprattutto nella centralità della “macchia” come unità di luce e colore. Nelle tele di Lucà, però, la macchia non è mai completamente dissolta in vibrazioni luministiche: resta definita, compatta, funzionale a costruire solidità più che atmosfera. Nei lavori autunnali, ad esempio, il contrasto tra le zone illuminate e quelle in ombra richiama la poetica macchiaiola, ma con una raffinatezza cromatica più morbida e meno frammentata. La composizione resta realistica, pur aprendosi a suggestioni più emotive e narrative. Il dipinto, dominato da un grande albero investito da un fascio di luce radente, richiama immediatamente la lezione della Scuola di Barbizon e dei paesaggisti del XIX secolo. Come in Rousseau, Dupré o Diaz de la Peña, la foresta non è una massa indistinta, ma un organismo vivente: l’albero centrale respira, vibra, dialoga con l’ombra circostante. Lucà impiega una tavolozza ricca di verdi sfumati che si stratificano con lentezza, facendo emergere lo spazio con la stessa pazienza dei naturalisti francesi che dipingevano en plein air. La presenza dei funghi in primo piano, accuratamente descritti, tradisce un’attenzione quasi scientifica, tipica dei pittori che consideravano la campagna come un laboratorio naturale. Nel dipinto in cui è raffigurato il paesaggio attraversato da un torrente luminoso appare invece evidente un dialogo con la poetica dei Macchiaioli. La luce non è semplicemente rappresentata: è scomposta, frammentata in “macchie” di colore vibranti che costruiscono la forma prima ancora del disegno. Il prato, il riflesso dell’acqua, la vegetazione in controluce vivono di accostamenti tonali netti, quasi anticipazioni del divisionismo. La costruzione per piani cromatici, anziché per contorni, richiama pittori come Fattori e Signorini, soprattutto nella capacità di far emergere il paesaggio dalla sovrapposizione di macchie coloristiche e non dalla linea. Il dipinto, con la casa immersa nei toni caldi dell’autunno e il sentiero che conduce oltre la staccionata, introduce un elemento narrativo più marcato. Qui Lucà si avvicina ai Realisti, in particolare al realismo rurale europeo: la casa, il terreno fangoso, il muro e la vegetazione non sono idealizzati, ma osservati dal vero, restituiti con una fedeltà che non rinuncia però alla poesia cromatica. La scena descrive un luogo vissuto, probabilmente familiare, dove l’artista registra con sincerità le condizioni della natura e dell’architettura rurale. È un realismo che conserva calore, non un mero documento: lo sguardo è affettivo, non distaccato. Pur senza abbracciare l’estrema dissoluzione della forma tipica dell’Impressionismo francese, i dipinti di Lucà dimostrano una chiara attenzione alla variabilità della luce. Nelle opere descritte, la luce è protagonista: filtra tra le chiome degli alberi, frantuma i riflessi sull’acqua, avvolge di toni dorati l’autunno. La sua pennellata, benché più compatta rispetto agli impressionisti classici, si muove verso una vibrazione atmosferica che dialoga con Monet e Sisley, soprattutto nell’uso dei verdi, dei gialli e dei blu per descrivere passaggi stagionali e rifrazioni. Se i Macchiaioli offrivano la struttura, la luce nelle opere di Lucà sembra invece parlare il linguaggio degli Impressionisti. La resa delle atmosfere soprattutto nelle vedute innevate mostra un’attenzione al mutare delle condizioni luminose, alla vibrazione dell’aria, alla fluidità del tempo percepito nel paesaggio. L’opera che ritrae la casa nel bosco durante una nevicata è un chiaro esempio: la neve non è solo colore, ma movimento; il cielo sembra sciogliersi sul terreno attraverso pennellate rapide e sovrapposte, che sfumano i contorni e rafforzano la sensazione di sospensione temporale. Tuttavia Lucà non abbraccia mai pienamente la dissoluzione impressionista: i suoi elementi restano riconoscibili, strutturati, quasi ancorati al reale. La scelta del supporto esagonale aggiunge un tocco di contemporaneità e rompe la frontalità tradizionale della tela rettangolare, creando un effetto “cornice naturale”, come se lo spettatore stesse osservando la scena attraverso una finestra o un cristallo di ghiaccio. Nell’opera in cui è raffigurato l’interno domestico con la figura femminile accanto al camino la radice realista emerge con maggiore intensità. Qui non domina la luce esterna, ma quella intima, calda, che racconta la quotidianità. Il realismo di Lucà non è però crudo o sociale; è un realismo affettivo, che restituisce dignità alla vita semplice attraverso la cura del dettaglio: il fuoco acceso, i pani disposti sul tavolo, gli oggetti d’uso comune. Questa attenzione alla narrazione e alla matericità degli spazi richiama i Realisti ottocenteschi, pur con una sensibilità più lirica e meno programmaticamente sociale. È un realismo della memoria, quasi un omaggio alla tradizione delle case mediterranee. Lungo tutto il percorso espositivo si percepisce come Giuseppe Lucà operi una sintesi originale tra: la struttura compositiva dei paesaggisti, la macchia come principio di forma dei Macchiaioli, la vibrazione luminosa degli Impressionisti, la narrazione intima dei Realisti. Nessuna di queste correnti domina sulle altre: tutte contribuiscono a definire una cifra stilistica riconoscibile e personale. Questo equilibrio tra tradizione e identità è ciò che rende le sue opere così efficaci nel dialogo con l’ambiente urbano circostante. L’esposizione en plein air diventa quindi una passeggiata nella pittura e nella memoria collettiva. Le tele di Lucà, immerse nella luce naturale del borgo antico, restituiscono al visitatore un’esperienza sensoriale e culturale che unisce paesaggio, storia e quotidianità. Il percorso non è solo un’esposizione di opere: è un invito a percepire la pittura come un ponte tra passato e presente, tra interiorità e mondo esterno. In questo incontro, la tradizione pittorica rivive attraverso una voce contemporanea che ne rispetta l’eredità senza rinunciare alla propria autonomia poetica. Quello che emerge complessivamente dai dipinti è una poetica personale che unisce: la solidità naturalistica dei paesaggisti romantici; la costruzione per macchie dei Macchiaioli; l’autenticità emotiva del Realismo rurale; la vibrazione luminosa dell’Impressionismo. Lucà sembra dipingere non soltanto ciò che vede, ma come la natura gli appare nel momento della contemplazione. I suoi paesaggi non sono luoghi qualsiasi: sono spazi della memoria, della quiete e della riflessione, restituiti con una pittura che, pur essendo contemporanea, mantiene vivo un dialogo straordinario con i grandi maestri dell’Ottocento. Un artista che merita attenzione, soprattutto per la sua capacità di rendere la natura non solo visibile, ma anche emotivamente percepibile. Le opere presentate da Giuseppe Lucà all’interno degli Itinerari d’Arte confermano un linguaggio pittorico maturo, coerente e profondamente autentico. I suoi paesaggi non sono semplici rappresentazioni, ma luoghi dell’anima: scenari in cui ognuno può riconoscere qualcosa di sé, della propria storia o della propria ricerca di quiete. Lucà si inserisce così nella tradizione dei paesaggisti che fanno della natura non un tema, ma una vocazione.
Rita Cardamone
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