Anniversario di una chiamata: Mons. Serafino Parisi, pastore per la Chiesa di Lamezia Terme – di Rita A. Cardamone

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Nel ritmo discreto del tempo ecclesiale, gli anniversari non sono semplici ricorrenze cronologiche, ma soglie simboliche attraverso cui la memoria si fa gratitudine e il presente si apre alla promessa. Il 7 Maggio 2022 segna una di queste soglie per la Chiesa di Lamezia Terme: la nomina episcopale di Monsignor Serafino Parisi, chiamato a essere pastore di una comunità viva, complessa e ricca di storia. A distanza di anni, quell’evento si offre come occasione per rileggere non solo una biografia personale, ma anche il mistero stesso del ministero episcopale, alla luce della Scrittura, della tradizione e dell’esperienza concreta del popolo di Dio. La figura di Monsignor Parisi si inserisce in una trama esistenziale che coniuga studio, servizio e prossimità. Teologo, biblista raffinato e docente stimato, egli ha maturato negli anni una sensibilità capace di tenere insieme il rigore della riflessione e l’urgenza dell’annuncio. La sua nomina a vescovo non rappresenta una cesura, ma piuttosto un compimento dinamico: come accade nei racconti biblici, la chiamata non interrompe la storia personale, ma la porta a una nuova profondità. Così avvenne per Mosè, pastore nel deserto prima di essere guida del suo popolo (cfr. Es 3); così per Davide, unto re mentre ancora custodiva greggi (cfr. 1Sam 16); così per Pietro, pescatore reso “pastore di uomini” e confermato nel mandato: «Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecore» (Gv 21,15-17). Il paradigma del pastore attraversa l’intera rivelazione biblica e trova nel ministero episcopale una sua attualizzazione concreta. Il Salmo 23 offre una delle immagini più intense: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla». Qui la guida divina si manifesta come presenza che conduce, ristora e accompagna anche «nella valle oscura». Il profeta Ezechiele, da parte sua, denuncia i pastori infedeli e annuncia che sarà Dio stesso a prendersi cura del suo gregge (cfr. Ez 34), inaugurando una visione in cui la responsabilità pastorale è sempre misurata sulla fedeltà a Dio e sull’attenzione ai più deboli. Nel Nuovo Testamento, questa promessa trova compimento nella figura di Cristo, che si presenta come «il buon pastore» (Gv 10,11), colui che «dà la vita per le pecore». L’immagine si carica qui di una densità pasquale: il pastore non solo guida, ma si dona fino al sacrificio. La parabola della pecora smarrita (Lc 15,4-7) aggiunge un tratto decisivo: la cura pastorale non è statistica, ma personale; non si accontenta delle novantanove, ma si espone per l’unica che si è persa. In questa luce, il ministero episcopale si configura come partecipazione concreta a questa missione di cura, pascere con dedizione e testimonianza che prende carne in un territorio preciso, in una storia concreta: quella della comunità lametina. È in questa logica che si comprende anche il mandato missionario: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19), che affida alla Chiesa una responsabilità universale. Nel solco di questa tradizione, il ministero di Monsignor Parisi si è configurato come un esercizio di ascolto e discernimento, in cui la parola teologica si intreccia con le storie quotidiane delle persone. Come ricorda l’apostolo Paolo agli anziani di Efeso, il pastore è chiamato a «vigilare su tutto il gregge» (At 20,28), non come padrone, ma come servitore della comunità affidata. E ancora, nella Prima Lettera di Pietro, si legge: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri… facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,2-3). Queste parole delineano un profilo pastorale che unisce autorità e umiltà, guida e testimonianza. La figura del pastore richiama una riflessione più ampia sul tema della guida e dell’autorità. In un tempo spesso segnato da sfiducia verso le istituzioni, l’autorità evangelica si propone come alternativa radicale: essa non si impone, ma si propone; non schiaccia, ma solleva. Gesù stesso lo afferma con chiarezza: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Il vescovo, in questa prospettiva, è chiamato a incarnare una forma di leadership che si radica nel servizio e nella relazione, rendendo visibile una logica diversa da quella del potere mondano. L’anniversario della nomina episcopale diventa allora un momento celebrativo che non si esaurisce nel ricordo, ma si apre alla narrazione. Raccontare questi anni significa dare voce a un cammino condiviso: le liturgie vissute, le iniziative pastorali, le sfide affrontate, le speranze coltivate. Significa anche riconoscere che ogni ministero è sempre più grande della persona che lo esercita, perché affonda le sue radici in una promessa che lo precede e lo sostiene. Come nel racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), spesso è nel cammino che si comprende la presenza del Signore che accompagna e illumina. In questa luce, la figura di Monsignor Serafino Parisi appare come quella di un pastore contemporaneo che, pur immerso nelle complessità del presente, continua a lasciarsi guidare da un orizzonte più ampio. Il suo servizio a Lamezia Terme si inscrive in quella lunga storia di uomini chiamati a custodire, guidare e amare un popolo, con la consapevolezza che il vero Pastore resta sempre Altro, come ricorda la Lettera agli Ebrei: «Il Dio della pace… vi renda perfetti in ogni bene» (Eb 13,20-21).Celebrare il 7 Maggio non è dunque solo un atto di memoria, ma un esercizio di speranza. È riconoscere che, anche oggi, la storia continua a essere attraversata da chiamate e risposte, da vocazioni che si fanno cammino. E che, nel silenzio operoso di un ministero vissuto con fedeltà, si può ancora intravedere il riflesso di quella voce antica che, da sempre, chiama per nome e invita a seguire: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27).

Rita A. Cardamone

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