Alberto Fico: L’etica, la politica e la sindrome del killer

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Intanto che negli anni novanta, del secolo trascorso, si veniva ad abbattere un’intera classe politica che aveva creato un sistema corrotto e corruttivo, nel corpo sociale si era creata la convinzione che una nuova fase sarebbe sorta all’insegna della giustizia sociale, dell’equità e della partecipazione alla moralizzazione dello Stato.

Gli eventi cui stiamo assistendo oggi, inducono a constatare che né la storia di “Tangentopoli”, né le continue incriminazioni, hanno arrestato comportamenti immorali, se non addirittura amorali, di personaggi che ricoprono ruoli di altissimo livello nei vertici dello Stato e dell’economia.

Appare, nell’immaginario collettivo, che politici, imprenditori, magistrati, professionisti, facciano parte di una “casta” volta semplicemente a comportamenti di illecita appropriazione di ciò che appartiene alla comunità, pur sapendo che non è giusto (immorale), oppure senza tener presente di ciò che sia giusto o ingiusto (amorale); appare, inoltre, che a coloro che sono arrestati corrisponda un’altra squadra di personaggi pronti a prenderne il posto e continuare, senza soluzione, il lavoro sporco dei predecessori.

La domanda, allora, che ci si pone è la seguente: esiste un’etica nel sociale, nel lavoro, nello Stato e nella politica, che possa essere imposta e, necessariamente, seguita dalla certezza della pena? In pratica, è possibile una politica fatta con la morale?

Così posta la domanda, la conseguenza sarebbe la necessità della presenza di uno Stato etico, oppure affermare necessariamente l’eticità dello Stato.

Il termine “Etica” deriva dal greco “Ethos” e indica il “costume” che orienta a comportamenti umani moralmente buoni (o giusti) o cattivi (o sbagliati). Infatti è dal costume etico che nasce il concetto di comportamento morale, inteso come insieme di regole che una società, o il singolo individuo, si pone come stile di vita e di convivenza sociale.

Ci poniamo, però una domanda: esiste un’etica valida per tutti? In pratica, tra un cristiano e un musulmano, tra un ateo e un credente, come può essere individuato un costume universalmente e assolutamente valido? Qualche studioso ha creato l’esempio del killer:

“Supponiamo che si voglia convincere un killer che la sua morale sia sbagliata (“se mi pagano io uccido, è il mio lavoro”, quindi è il suo ethos). E’ inutile cercare di convincerlo usando le “mie” regole. Adeguandoci al suo ethos, cioè l’esistenza di un costume relativistico, potremmo concordare: “OK, se ti pagano tu uccidi. Tu ricevi una busta con un nome e un acconto, vai e uccidi, poi ricevi il saldo sul tuo conto nelle Isole Cayman. Giusto? Vorrei fare un contratto con te, ecco la busta e l’acconto, secondo le tue tariffe”. Lui apre la busta e scopre che c’è scritto il suo nome. Probabilmente tenterà un “eh, ma così non vale; uccido chiunque tranne me stesso”.

Anche in politica troviamo un sistema etico identico, che personalmente ridefinirei come “sindrome del killer”: “tutti devono pagare le tasse, tutti devono avere un sistema di vita proporzionato alla propria ricchezza e al proprio lavoro senza particolari privilegi, anzi i privilegi vanno abattuti, è giusto che tutti compiano sacrifici per il bene dello Stato”. Ma le quotidiane notizie derivanti dai talk show e da giornali, di diversa estrazione, riportano di privilegi abnormi, di ricchezze accumulate perché “le leggi dello Stato lo permettono”, di pensioni altissime definite “diritti acquisiti”.

Ecco il punto: “le leggi dello Stato”; questa giustificazione è, in effetti, inattaccabile in quanto è lo Stato stesso che giustifica quello che nel senso comune della massa risulta insopportabile, per cui, nello stesso tempo, i cittadini si sentono disarmati e annichiliti  perché “lo Stato, con le sue leggi, lo permette”

Questo accade quando la legge dello Stato è interpretabile come la sindrome del killer del “tranne me”; pertanto, secondo questo assioma, il politico applicherà la legge a suo uso e consumo; in tale determinismo morale, accettare o chiedere la “mazzetta” è giustificato dalla necessità di dovere gestire promesse e impegni spesso non sempre coerenti al senso dell’uguaglianza, specialmente quando lo Stato non riesce a decidere, come sta succedendo oggi con le leggi che dovrebbero sbloccare centinaia di cantieri per opere di pubblica utilità, per cui chi ha “santi in paradiso” e soldi in tasca applica la già citata sindrome de killer. Per i politici diventa addirittura una fobia, una paura, quando si tratta di tagliare vitalizi, pensioni d’oro, oppure tagliare il numero dei parlamentari (vale per tutti tranne me).

Sarebbe necessario, dunque, che fosse lo Stato ad imporre un comportamento etico, attraverso l’imposizioni delle sue leggi; entriamo, dunque, nella sfera dello Stato etico, di cui abbiamo triste memoria: il fascismo e le leggi del 1925 imposero uno stile di vita, un’etica, che vincolava e controllava anche la vita privata e intima delle persone

Quello che è accettabile è che sia l’etica a governare le scelte dello Stato, cioè l’insieme di leggi che inducano alla coerenza, non alla personale interpretazione,  nella gestione di tutte le situazioni che normalmente si possono verificare. Ciò potrebbe essere indotto dal progressivo rinnovamento della classe politica, tale da impedire l’autoconservazione e la nascita di accordi e complicità nella gestione della “cosa pubblica”. Un progressivo rinnovamento di tutti i vertici degli Enti di potere (compresa la Magistratura), impedisce accordi, collusioni e complicità, necessitando, quindi, coerenza fra le azioni e i nostri precetti etici in quel particolare momento in cui l’azione si svolge.

Quando a Giorgio La Pira veniva rivolta l’accusa secondo la quale amministrava Firenze col Vangelo in mano, egli rispondeva che non si può amministrare con la morale, non può esistere una politica immorale

ALBERTO FICO

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